Mutamenti climatici

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Il genere umano è sempre vissuto nelle paure. Alcuni hanno creduto che la luce della conoscenza scientifica avrebbe liberato gli umani da questa sofferenza: ma la scienza, come si è visto, diviene essa stessa oggetto di paura (cosa staranno facendo nei laboratori, quali virus sono usciti dalle provette, le multinazionali che producono i vaccini non sono forse massimamente interessate alla diffusione delle epidemie?). Fino alla inevitabile conclusione che i virus sono creazioni umane, di cui bisogna ricercare i colpevoli. Gli untori. Saranno senz’altro in America. Il capro espiatorio è costitutivo del nostro orizzonte ermeneutico.

Vi sono delle costanti nell’atteggiamento degli umani, che cambiando i tempi e la cultura mutano solo in superficie. Una costante riguarda la reazione alle epidemie, per le quali si cercano gli untori, un’altra le condizioni meteorologiche, che non sono più quelle di una volta. Nei Pensieri (XXXIX), Giacomo Leopardi riallacciandosi a quanto scritto da Baldassar Castiglione sulle ragioni del costume dei vecchi di lodare il tempo loro a detrimento del presente, a sua volta scrive:

A confer­mazione del quale si può considerare che i vec­chi pospongono il presente al passato, non solo nelle cose che dipendono dall’uomo, ma ancora in quelle che non dipendono, accusandole simil­mente di essere peggiorate, non tanto, com’è il vero, in essi e verso di essi, ma generalmente e in se medesime. Io credo che ognuno si ricordi ave­re udito da’ suoi vecchi più volte, come mi ricor­do io da’ miei, che le annate sono divenute più fredde che non erano, e gl’inverni più lunghi; e che, al tempo loro, già verso il dì di pasqua si solevano lasciare i panni dell’inverno, e pi­gliare quelli della state; la qual mutazione oggi, secondo essi, appena nel mese di maggio, e tal­volta di giugno, si può patire. E non ha molti anni, che fu cercata seriamente da alcuni fisici la causa di tale supposto raffreddamento delle stagioni, ed allegato da chi il diboscamento del­le montagne, e da chi non so che altre cose, per ispiegare un fatto che non ha luogo: poichè anzi al contrario è cosa, a cagione d’esempio, notata da qualcuno per diversi passi d’autori antichi, che l’Italia ai tempi romani dovette es­sere più fredda che non è ora. Cosa credibilissi­ma anche perchè da altra parte è manifesto per isperienza, e per ragioni naturali, che la civiltà degli uomini venendo innanzi, rende l’aria, ne’ paesi abitati da essi, di giorno in giorno più mite: il quale effetto è stato ed è palese singolar­mente in America, dove, per così dire, a memo­ria nostra, una civiltà matura è succeduta par­te a uno stato barbaro, e parte a mera solitudine. Ma i vecchi, riuscendo il freddo all’età loro as­sai più molesto che in gioventù, credono avve­nuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell’aria o nella ter­ra. La quale immaginazione è così fondata, che quel medesimo appunto che affermano i nostri vecchi a noi, affermavano i vecchi, per non dir più, già un secolo e mezzo addietro, ai contem­poranei del Magalotti, il quale nelle Lettere fa­miliari scriveva: « egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mez­zi tempi non vi son più; e in questo smarri­mento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di pa­squa di resurrezione, ognuno si rivestiva da sta­te. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno ».

Questo scriveva il Magalotti in data del 1683. L’Italia sarebbe più fredda oramai che la Groen­landia, se da quell’anno a questo, fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella propor­zione che si raccontava allora. È quasi soverchio l’aggiungere che il raffreddamento continuo che si dice aver luogo per cagioni intrinseche nella massa terrestre, non ha interesse alcuno col pre­sente proposito, essendo cosa, per la sua lentezza, non sensibile in decine di secoli, non che in po­chi anni.

A proposito. Quand’ero piccolo, negli anni Cinquanta, la mia prozia mi aveva insegnato l’adagio: “marzo, il villan va scalzo”. E mi diceva che le stagioni questo costume non lo permettevano più.

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