La mistica della guerra

tessorDella guerra santa, della santità della guerra, scrive Dag Tessore ne La mistica della guerra (Fazi Editore, Roma 2003). È un libro decisamente bello e forte, di quelli che fanno pensare, che stimolano l’intelletto e provocano alla riflessione. Tessore mostra come esista in tutte le religioni, senza eccezione alcuna, una spiritualità della guerra. Per quel che riguarda la Chiesa, egli afferma che non ci si può fondare, per farsi un’idea della posizione dei cristiani sulla guerra, solo sul Vangelo, ma occorre tener presenti l’Antico Testamento, i Padri, il Magistero millenario. E saltano fuori cose sulle quali chi identifica immediatamente Cristianesimo e pacifismo farebbe bene a meditare. In realtà, Tessore mi sembra nemico della Modernità (io lo sono del modernismo, che è altra cosa), e non ama, mi pare, il cambiamento avvenuto nel Novecento, per cui la Chiesa si è sempre più allontanata da qualsiasi giustificazione della guerra. Si tratta in effetti, secondo me, di una rottura con la tradizione, ma questa rispecchia una rottura avvenuta nella tradizione bellica: le capacità di distruzione nella guerra di massa sono diventate assolute, e questo ha fatto saltare il quadro. Nella guerra di massa non è possibile alcuna visione spirituale del conflitto, né è più possibile viverlo come guerra spirituale, Jihad. Per lo stesso motivo per cui, già nel primo conflitto mondiale l’eroismo tradizionale è finito (basta leggere Terra di nessuno di E. Leed). La tecnologia non lo consente. Il missile non è una spada. Di questo mi pare che Tessore non tenga sufficiente conto. Del resto, gli manca un’antropologia, egli si basa solo su testi delle varie tradizioni.
Tessore non ama la Modernità, incarnata ovviamente dagli Stati Uniti. Si dichiara addirittura convinto che per la Chiesa l’Islam sia un alleato assai migliore degli USA (13). Con i cosiddetti integralisti islamici si può discutere, secondo Tessore, secondo il quale l’idea che si tratti di gente fanatica è un nostro pregiudizio (61). Essendo mutata nella Chiesa solo la sensibilità, non la dottrina, l’autore ritiene che la filosofia della guerra e della violenza del Cristianesimo e dell’Islam siano molto vicine (75). Il dialogo sarebbe più facile una volta convinti gli islamici che l’Europa di oggi non è una nazione cristiana, ma anticristiana (117). In effetti, se un Padre della Chiesa del III secolo vedesse come si comportano le donne nell’Occidente di oggi non direbbe cose diverse da quelle affermate da Sayyd Qutb, padre dell’integralismo musulmano (103). La tesi fondamentale di Tessore è infine la seguente.

Si vedrà inoltre che la violenza in nome della fede, fortemente presente nelle tre religioni rivelate (ebraismo, cristianesimo, islam), non è la conseguenza della loro convinzione di possedere l’unica verità; infatti anche le altre religioni, come l’induismo e il buddhismo, più relative e tolleranti, hanno sviluppato una spiritualità della guerra. Questa dunque affonda le sue radici non tanto (o non solo) in una difesa strenua della verità posseduta e in un desiderio di convertire tutti a questa verità, quanto in una sorta di attrazione quasi viscerale verso quella realtà misteriosa che è la morte. La guerra santa in tutte le religioni (ivi compresi il cristianesimo e l’islam) è, prima di tutto e al di là di ogni sua giustificazione teologica o etica un anelito ancestrale, un cammino mistico di “ritorno al sangue”. E paradossalmente è proprio la guerra, questo ponte teso tra la vita e la morte, questo guardare in faccia le forze primordiali della natura e dell’uomo, ad accomunare le diverse religioni dell’umanità in una singolare unità ecumenica.

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