“Le razze umane non esistono, esiste solo la razza umana”. Una frase che si sente ripetere infinite volte, e che rappresenta forse il massimo del politicamente corretto. Rappresenta anche l’assoluta incapacità di accettare il diverso se non mediante la sua riduzione al medesimo. Così oggi non si può affermare che i neri riescono meglio nella pallacanestro e nella corsa, e peggio nel nuoto, a motivo della loro costituzione fisica. Bisogna dunque pensare che un pigmeo nel basket abbia le stesse possibilità di un watusso (tanto per restare tra i neri). Ogni affermazione che evochi la razza viene vista come razzista. E in giro si vede una spaventosa confusione tra i concetti di razza, di tipo umano, di specie, di cultura. Continua a leggere
Von Otter 4
Gelminodia
“Tornano i voti”. “Torna il voto in condotta”. “Torna il maestro unico”. Per un conservatore-reazionario come me questi strilli dei giornali e delle televisioni dovrebbero essere dolce musica, ma non è così. E’ musica, ma nel senso di una musica sgangherata, un abominevole rap che ben conosco. L’unico filo rosso che unisce i continui cambiamenti (reali o immaginari) che la classe politica ha inflitto alla scuola negli ultimi vent’anni è il criterio del risparmio. Certamente oggi si pensa che maestro unico significhi meno maestri, meno materie significhi meno insegnanti, e così via. L’unico risparmio che sanno immaginare. I provvedimenti dei Governi piovono sulla scuola senza che essa abbia alcuna parte nel gioco. Continua a leggere
Su Fornari
Ho raccolto in un solo scritto i post qui pubblicati sul libro di Giuseppe Fornari Filosofia di passione. Si può leggere qui, su Generativa.
Olympia

Le Olimpiadi di Pechino confermano l’idea che lo sport di per sé non abbia alcuna relazione con la democrazia. Infatti tutti i regimi autoritari e totalitari l’hanno sempre esaltato e incentivato. Ieri quelli hitleriano e staliniano (e quello fascista), oggi quello comunista cinese. Lo sport è infatti celebrazione non della libertà, ma della volontà e della potenza. Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 25

Non si facevano statue a Yahweh; ma Israele è la statua di Yahweh. Questo popolo è stato fabbricato come una statua di legno, a colpi d’ascia. Popolo artificiale. Quando entrò in Egitto era una tribù; è diventato una nazione in schiavitù. (In quattro secoli e mezzo non sono riusciti ad assimilarsi). Tenuti insieme da una terribile violenza.
Non assimilabili, non assimilatori. (I, 346) Continua a leggere
Von Otter 3
Un cristianesimo possibile

A chi desideri leggere un libro che gli dia un saggio della teologia accademica italiana di oggi, dei suoi contenuti medi e del suo stile, consiglio Un cristianesimo possibile di Carmelo Dotolo. Sottotitolo: Tra postmodernità e ricerca religiosa (Queriniana 2007). Quattrocento pagine in teologichese, nelle quali c’è di tutto. Soprattutto c’è dentro una messe di note e di citazioni, che insieme costituiscono quasi due terzi del testo. Dotolo dà prova di grande erudizione, ma da bravo teologo ufficiale e clericale mostra una originalità di pensiero prossima allo zero, e una grande simpatia per formule fisse, quali la ricorrente “memoria rischiosa di Cristo”, la cui rischiosità il lettore fa fatica a mettere in relazione con la vita di un teologo accademico.
Come accade nella teologia accademica, nessun tema è affrontato con un pensiero libero e radicale, e per di più anche la tematica del sacro quando è toccata lo è senza il minimo riferimento al pensiero più forte degli ultimi decenni, che è quello di René Girard: un peccato ai miei occhi assolutamente imperdonabile. Leggendo libri come questo tu capisci anche come possa avere tanto successo l’opera di Vito Mancuso, che al di là di ogni considerazione critica ha il merito di affrontare davvero i problemi.
Nei gesti di liberazione dal male, nella figura della comunione indiscriminata con gli esclusi, gli ultimi, nella rottura con schemi religiosi e legalistíci di interpretazione della fede in Dio, la santità di Gesù si costituisce paradigma di una differente concezione dell’esperienza credente, capace di ricreare l’identità dell’uomo nella forza dell’agàpē. Ne consegue, come mostra il Nuovo Testamento, una trasformazione del sacro nel santo. Più precisamente, la metamorfosi del sacro non consiste nel passaggio dal sacro al santo, dal mistero tremendo e affascinante alla purezza etica, quanto nello spostamento decisivo verso una radicale personalizzazione della relazione fra il divino e l’uomo (p. 206). E sul sacro non si va al di là di questo.
Aggiungo un’altra considerazione. A mio parere oggi la questione prima della teologia è quella della sofferenza di Dio, un’idea che in molti teologi compare, senza però che il pensiero sia portato fino in fondo. Il tema della sofferenza di Dio (non del solo figlio in quanto uomo) è infatti legato alla questione del rapporto di Dio al tempo, e infine della assolutezza di Dio stesso e della sua eternità. Pensare ad un Assoluto sofferente infatti è impossibile, anche perché la sofferenza non si dà se non nello spazio e nel tempo. E qui si apre uno di quelli che io definisco buchi neri teologici. (cfr p. 254)
Filosofia di passione 10
Anche nell’ultima parte di Filosofia di passione, in cui Fornari dispiega la sua grande forza di pensatore, tutto l’edificio della sua teoria unificata del mito e del rito (ovvero della cultura umana) posa con tutta evidenza sul concetto di vittima originaria, che è insieme il concetto dell’origine della vittima. E’ evidente che è l’individuo massacrato unanimemente dal suo stesso gruppo la vittima che Fornari ha in mente. Continua a leggere
Cattivi insegnanti

Si può essere cattivi insegnanti in molti modi, anzi in moltissimi, e lo si può essere anche a dispetto di una viva intelligenza e grande apertura culturale, della pratica delle innovazioni didattiche, e anche del successo conseguito presso allievi e famiglie, se lo spirito è intimamente guasto. Una delle tante anime grandi liquidate dalla Rivoluzione sovietica, e una delle supreme, Pavel Florenskij, raccontando ai figli la sua giovinezza (Ai miei figli. Memorie di giorni passati, Mondadori, Milano 2003), evoca ad un certo punto una figura della quale era stato intimo amico prima di scoprirne la tabe profonda: El’čaninov, che fece l’insegnante.
Per ogni occasione inventava nuovi metodi di insegnamento, risvegliava le menti e l’interesse, stimolava. Con lui si studiava con passione, ai suoi ammonimenti si obbediva volentieri e li si adempiva persino, e nella maggior parte dei casi egli poteva portare i suoi allievi dovunque volesse; solo di rado gliene capitavano di tali a cui non ispirava fiducia e che non lo amavano affatto. Il programma di studio veniva assimilato e tutto pareva filare liscio. Di fatto, invece, El’čaninov strappava il bambino alla sua famiglia e, senza che il poveretto se ne rendesse conto, gli istillava la sfiducia verso il prossimo e gli insegnava a prendere le distanze dagli altri; l’allievo scopriva un punto di vista nuovo per lui, vuoi di sufficienza sprezzante, vuoi di biasimo e riprovazione verso i suoi genitori e tutti gli altri; da quel momento tutto e tutti gli parevano meschini, prosaici, gretti, così come convenzionali e insignificanti erano gli obblighi e i rapporti quotidiani. Era una sorta di ebbrezza, ma non come l’ebbrezza era innocente. Strappati i fili della vita e andatosene, El’čaninov lasciava nell’anima la zizzania, un senso di vuoto e una ferita alla quale si univano il veleno di un’eccessiva autostima e le pretese alla vita che essa implicava. (p. 260)
Questo passo mi ha ricordato un episodio significativo della mia giovinezza di insegnante. Il peggiore. Ottobre 1977. Mi hanno appena nominato (dall’anno prima sono incaricato a tempo indeterminato) in un liceo scientifico. Due classi. Entro in una delle due (una quarta) e trovo tutti gli studenti seduti coi banchi disposti in cerchio. Alla mia osservazione immediata che preferirei una disposizione tradizionale, mi rispondono che così sono stati abituati dal rimpiantissimo insegnante di italiano dell’anno precedente, che è passato all’università e di cui serbano un ricordo struggente (ovviamente di ciò la Preside non mi ha minimamente avvertito – si sa che gli insegnanti giovani sono carne da cannone, e d’altro canto non c’è di peggio che dover sostituire in cattedra un idolo). Mi dicono che loro in classe non facevano lezioni, ma tenevano seminari. Non si sentono studenti comuni, secondo il modello della società borghese. L’insegnante-idolo, a sua volta, doveva sentirsi una specie di Lacan. Infatti, andando a vedere i registri dell’anno prima, mi accorgo che non sono annotati argomenti di lezioni, ma vaghissimi Seminario su Propp, Seminario su Deleuze, e così via). Canti della Divina Commedia letti: zero. Professore tuttavia giudicato eccelso da studenti e famiglie. Convinzione radicata in tutta la classe che la malattia mentale non esista, e i pazzi siano i borghesi che si ritengono sani, che la società sia di merda, e così via. Ovviamente nella classe c’è un allievo leader. Un autonomo, membro di un collettivo violento. Non studia nulla. Fuma molta erba. Sa tutto quello che deve sapere, sul mondo e l’ultramondo. Gli altri allievi, comprese le figlie di famiglie ricche e potenti, perdono le bave per lui. Fanno tutto quello che dice, obbediscono a ogni suo cenno. L’idolatria che si riversava sul professore ora è diretta al compagno. Durante l’anno scolastico 1977-1978 ne succedono di ogni sorta. Compreso un attentato dinamitardo alla casa della Preside. Il giovane leader finisce per alcuni giorni in carcere. Torna a scuola con l’aureola del martirio.
Quell’anno sono riuscito a spiegare due canti di Dante. Per descrivere bene quella situazione, occorrerebbe un Dostoevskij.
Anni dopo venni a sapere che un ragazzo della classe, che allora mi era sembrato un innocuo pacioccone, si trovava rinchiuso in carcere, condannato per rapina a mano armata. Parafrasando appena Florenskij, potremmo dire che quel docente mio predecessore aveva lasciato nell’anima degli studenti di quelle classi la zizzania, un senso di vuoto e una ferita alla quale si univano il veleno di un’eccessiva autostima e le pretese alla vita che essa implicava. Se v’è un modo malsano di accrescere l’autostima dei ragazzi e delle ragazze, e trasformarla in veleno, questo modo nella scuola v’è stato e vi è ancora. Ma è un modo plurale, anche se la sua radice è una sola: la fuga dalla ragione.
