Echidna

Echidna

Si rinnova del caldo dell’estate
la nostalgia nei tempi senza nome
dolce fuggita, e poi sepolta in cuore
dalla polvere delle ere desolate.

Potrei amare il vano infrangimento
d’ogni costante attesa in cui rivela
la tua potenza il solitario incanto.
In cui miriamo l’immagine riflessa
del desiderio folle e senza fine
che sia vero il tuo occhio di serpente.

Delle nubi di latte che la luna
filtrano in cielo canta
il feroce usignolo che del cielo
ci fa tremare.
Ma sul ramo più basso che alla terra
sulla riva del fiume porge i fiori
si avvolge un dolcissimo serpente
e la sua pelle splende
più che la luna.
Momento che l’obliquo Dio trascorre
della brezza lieve
e si placa per poco il turbamento
del finire del tempo così breve.

Come risplende il tuo lucido fato
che io ti invidio, che ti fa sereno
come la luna, argento in faccia a Dio!
Quando l’angoscia è diventata piena
in questa oscena, dura e vuota notte
te costruisco, mio fantasma amato.
E quando splende la tua lucida spoglia
della luce lunare, mio serpente
e quando cresce la tremante voglia
io ben conosco che il veleno scende.

Quando cade degli occhi il tenue velo
che ti nasconde, che mi fa dolere
chiara risplende e dolce margherita
dove le nubi e il sole e il grande cielo
tu mi rifletti, mio serpente, vita
di ogni momento sognato di piacere.

Frammentata la luce in scaglie
brulicanti essenze confondono
di vita, di luna le cose.
Come adeguare nell’anima
proteiforme misura del tempo
i mille disegni dei fiori
tu potevi allora insegnarmi.
Ma le ansie e i terrori di fuori
hanno ucciso la vecchia sapienza.
E di te, mio serpente, rimane
qualche brano di pelle arida.

IL RESPIRO

RESPIRO

Sta nella vita breve
un piccolo respiro.
Come una piuma lieve
come una bolla, neve.

L’odore della sposa
la luce di zaffìro
sugli occhi si posa
che tremano, la rosa.

Poi, tu lo sai che viene
come l’ignota runa
dopo la sera bruna
la notte senza luna

Cratofania

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Da sempre per uomini e dèi
veneranda tra tutte le cose
è la forza di animo e corpo
alla quale si inchinano tutti.
La rinuncia ai beni del mondo
è forza che si manifesta,
e l’asceta atleta di Dio
anche lui testimonia la forza.
Il casto che Venere sdegna
la donna che prega e digiuna,
il martire che si offre ai leoni,
chi prende la croce e la porta,
chi dice di essere nulla,
polvere innanzi all’eterno,
chi nudo affronta l’inverno,
la virtù eroica del santo,
e le debolezze felici,
sono ombra di forza divina,
perché sempre sovrana è la forza.

Il canto delle arvicole

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Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Giugno o luglio, non mi ricordo bene,
ma era caldo e bevemmo molto vino
sulla riva dell’argine, sull’erba antica medica
che fa lucido il pelo dei conigli.
Bevemmo vino noi due filosofi
discutendo di mondi e libri e mutazioni
del cuore oscuro della storia. Andava intanto il fiume
che muoveva le alghe in lente spire
e scendeva la notte. Due ragazze
con noi ridevano ogni tanto.

Ricordi, amico, cantavano le arvicole
e le sentimmo, mangiavano e cantavano,
felici della vita ci sembravano,
di quella vita breve, esposta ai gufi
alle volpi e alle donnole rapaci.
In quella sera del Settantadue
un’arvicola d’acqua ci parlò:
Siate felici, umani, lunga vita!
Da quando parlano e cantano le arvicole?
tu mi chiedesti, e io risposi: è il vino.

Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Tu non ricordi, no, non credo,
di noi quattro solo io rimango
a misurare la vita delle arvicole
e quella umana, a ricordare il canto
di piccole creature a cui la voce
prestò per quelle ore in riva al fiume
la nostra giovinezza, il caldo e il vino.

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Giano

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Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è nella foglia,
nella foglia che oscilla ad oriente
per il vento dal curvo occidente,
e cade la foglia matura,
la figlia di Giano, la foglia.

Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è nella lacrima
che scese sul volto bambino,
la lacrima della mia soglia
di un debole, un forte destino.

Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è in questa pietra,
una figlia di Giano, la pietra.
Rivoltata in anni lontani,
che ritrovo. Un’altra? La stessa?

Passo il tempo a parlare con Giano.
Passo gli ultimi, poveri giorni,
a parlare con Giano, che tace.
Giano è due. Non parla in due bocche,
guarda cose, a oriente, a occidente.

Toporagno

IL TOPORAGNO
È morto il toporagno nel giardino
era una vita intensa, vita breve:
forse mangiò la lumaca avvelenata
o lo uccise la gatta del vicino.
O l’orologio biologico è scattato.
Tu godi del felino il passo lieve
ma è mortale per molte creature,
anche sazio un gatto è un assassino.
E il toporagno per mangiare ha ucciso,
la vita intensa bruciava molte vite.
È morto il toporagno nel giardino,
ma non c’è lutto, è un fatto naturale,
Senza umani non c’è bene né male.
E tu contempli un grigio corpicino
e tu solo sai del giorno finale
di un toporagno morto in un giardino.

Crimilde

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CRIMILDE

La nuvola è di bronzo, il cuore antico
bambino mal cresciuto, il cuore infante
non sa morire mille e mille volte,
offre candele al volto delle sfingi.

La nuvola di bronzo ha un tuono, un tuono
che fa vibrare steli, incendia amori
e apre e chiude le porte dei dolori,
porte di bronzo, porte senza suono.

Tu stai nel mezzo sul tuo trono di bronzo
voce di bronzo che invoca nella sera
vendetta e volo della rondine nera,
diaspro, sfera nel cielo di bronzo.

La farfalla e Kant

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Era giovane Kant quella mattina
quando entrò nella stanza una farfalla.
Sul vassoio del tè fermò le ali.
Ancora è buio fuori, pensò Immanuel,
e immobile guardava la creatura.
E allora Wolff, quel lupo metafisico,
ringhiò: tu manda via la farfallina
dalla mente: sostanza con natura
e tutto quanto l’ordine del mondo
e il pensato e il pensabile e il divino
può far crollare l’insetto mattutino.
Ma resta fermo Immanuel e si domanda
come si percepisca una farfalla.
La storia del pensiero e il suo destino
vibrano tra una tazza e un insettino.