Religione, Chiesa

Quando si discute di religione e Cristianesimo, la tendenza è inevitabilmente quella di assumere un atteggiamento accusatore o apologetico, e dunque una posizione mimetica, di individuazione di colpevoli e di espulsione (gli eretici, gli inquisitori degli eretici, i pensatori che hanno elaborato i dogmi e i modi di difenderli, i modernisti, i reazionari, gli anti-conciliari, i progressisti, ecc. ecc., in un continuo accusarsi e addossarsi l’un l’altro le colpe della caduta morale dell’umanità, della corruzione e del male). Certo “ci si attendeva il Regno di Dio ed è sorta la Chiesa”, un soggetto storico, e anche politico, una struttura di potere. Insomma, una religione. La religione in quanto tale ha a che fare con l’ordinamento della società, anche nel caso di una visione della religione stessa come fatto meramente privato. Il problema non sta tanto nell’anatema, ma nelle sue conseguenze esecutive, ovvero politico-sociali. L’idea che per la Verità e nel suo nome si possa anche fare la guerra non è affatto peregrina, ma si è sostanziata nei secoli in una serie di eventi e di riflessioni, ossia in una cultura. Il Cristianesimo, che doveva essere un fattore potentemente anti-mimetico, si è rovesciato in mimetismo scatenato, al punto che la maggior parte dei cristiani uccisi come tali lo sono stati per mano di altri cristiani. E qui si pone un ulteriore gigantesco problema teoretico: perché non si può attaccare il relativismo teorico e nello stesso tempo assumere che tutti gli atti e le posizioni teologiche assunte dalla Chiesa nei due millenni della sua storia siano comprensibili e giustificabili entro il quadro storico di riferimento: che sarebbe un porre in relazione, un relazionare, e infine considerare relativo a… In questo senso, una rilettura parallela del Sillabo e dei documenti del Vaticano II potrebbe essere interessantissima.

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