Finché c’è prosecco c’è speranza

L’ho letto per il titolo, poiché il prosecco è la bevanda nazionale trevigiana (ma io sono un veneziano in esilio a Treviso, e veneziani e trevigiani sono molto diversi). Questo noir con bollicine di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos 2010)  è anche ambientato prevalentemente nella zona di Cison di Valmarino, che conosco bene, e i cui abitatori parlano un dialetto che è una variante del veneto a me abbastanza ostica e assai lontana dal veneziano. Di dialetto nel romanzo di Ervas c’è poco, e anche di usi e costumi locali, se non come una spolveratina, per così dire.

Finché c'è prosecco c'è speranza

L’elemento più interessante è il seguente: se il genere noir ha come carattere fondativo la messa in scena della possibilità di una dissoluzione della società, perché la mostra (a differenza dal giallo classico) come profondamente inquinata e corrotta, qui si compie un passo ulteriore, ovvero il detective prova avversione per la vittima dell’omicidio e simpatia per l’uccisore. E questo perché la vittima, che è un ingegnere che dirige un cementificio e ha fatto carriera con lo smaltimento dei rifiuti, nella logica persecutoria che senza avvedersene Ervas fa sua, è visto come un inquinatore dell’aria e sterminatore di innocenti. Quindi è un untore. Il commissario Stucky, italo-persiano, indulgente verso gli uccisori, che nell’ottica ervasiana hanno il merito di essere diversi, emarginati, vinti, ecc., non fuoriesce dall’ottica della persecuzione-contropersecuzione. In questo senso, questo è un romanzo che si inscrive nella letteratura bassa, cioè quella che, al di là dei meriti strettamente tecnico-letterari, gioca col risentimento e lo alimenta.

 

2 pensieri su “Finché c’è prosecco c’è speranza

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