Un vecchio pensiero

Ciò che porta gli umani al contrasto è il loro essere umani. Che si nomini o non si nomini Dio. Personalmente, ritengo che il nome di Dio sia l’unico che vale la pena di pronunciare, ora e per l’eternità. Purché lo si conosca.
Quel “lo” non è riferito a Dio, ma al Suo nome. Che nessun umano conosce, ma solo Dio. V’è una certa ironia nell’espressione, che tuttavia è serissima. La mia idea è che “Dio” è sempre paradossale, costitutivamente, come lo è anche, umanamente, l’umano. Definire questo, infatti, non è più facile che definire “Dio”. E questo benché “Dio” sia pensato come infinito, e l’umano come finito. Ma la difficoltà del pensare l’umano sta nel fatto che è esso stesso che si pensa.

Come concilio fede e conoscenza? Non le concilio, per me stanno in una tensione permanente. Pensano di poterle conciliare i teo-filosofi come Mancuso, che però approdano inevitabilmente alla metafisica tradizionale, riveduta e corretta ma sempre quella. Ma potrebbero conciliarsi solo in un mondo già nella sostanza conciliato, ovvero tessuto dall’ordine, come è quello pensato da Mancuso. Il mondo, tuttavia, non è affatto conciliatio.

La fede non è nelle mani dell’umano che pensa di averla o non averla: è la fede ad avere o non avere l’umano. E questo è un dato dell’ortodossia: la fede è virtù teologale, che significa che gli umani non ne possono disporre. Possono conseguire, con la volontà, le virtù cardinali, non quelle teologali.
E certo nessun teologo può conciliare conoscenza umana e Dio. Altrimenti non sarebbe Dio. E il deus philosophorum appunto soddisfa forse l’intelletto di alcuni, ma non è una risposta alle tragedie del mondo.

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