Inesorabilmente, da anni, il sistema formativo italiano, dalla primaria all’università, si sta lentamente inabissando. Tutti i ministri e governi che si sono succeduti hanno collaborato all’affondamento. Una volta concepita come azienda, la scuola è diventata una mera variabile economica. Giustamente dunque la Gelmini, pallida larva di un’impiegatuzza della Confindustria, nella cui ampia burocrazia avrebbe potuto trovare il naturale suo luogo, pensa di allungare le vacanze, per favorire il turismo. Certo, le famiglie dei lavoratori premono per andare tutte in vacanza a settembre, e premono le pensioncine di Rimini. Questo è il terreno del dibattito sulla Scuola corrente ai tempi nostri. O Zeitgeist!

“Facilis descensus Averno”: la massima virgiliana chiarisce bene le ragioni etiche dell’‘inabissamento’ della scuola italiana, evocato da Brotto. Occorre, allora, una svolta etica radicale, che, a questo punto, non può avvenire senza una svolta altrettanto radicale nel modo di concepire il governo della società. Il rapporto fra scuola, società e politica è decisivo e va tenuto ben presente per una ragione storica, che è intimamente connessa all’orizzonte del mondo contemporaneo. Non si tratta di rivendicare soltanto valori essenziali per la scuola e per la società, oltre che fondamentali categorie della vita etica, quali sono, per l’appunto, lo studio, l’impegno serio e severo che richiede, la responsabilità, ma si tratta di sottolineare l’urgenza di questi valori nel momento attuale, di fronte ai problemi sempre più difficili che si vanno presentando alla società italiana e mondiale sia oggi che nei prossimi anni. In altri termini, è sempre più necessario battersi contro una cultura dell’illusione, dell’incoscienza, del vago buonismo, della disponibilità a tutto, dove l’importante è ‘consumare’ il più possibile e seguire tutte le suggestioni della cultura di massa contemporanea, riproponendone i cascami all’interno della scuola.
Al contrario, oggi vi è il bisogno di nuove generazioni che sappiano formarsi in base ad una ‘cultura forte’, che siano in grado di confrontarsi con i problemi sempre più gravi che inevitabilmente si affacciano sull’orizzonte del nostro paese e del mondo intero: problemi, va detto, molto più difficili di quelli che la generazione degli attuali sessantenni e cinquantenni si è trovata dinnanzi in una fase di espansione delle forze produttive e delle opportunità di sviluppo della vita sia individuale che sociale. Le giovani generazioni che stiamo formando nella scuola credono che questa fase possa continuare indefinitamente e che, anzi, diventi vieppiù aperta verso l’illusione, la trasversalità, la virtualità e la disponibilità di tutto e di tutti. Ma basta analizzare la ‘struttura del mondo’ e individuare le contraddizioni ivi presenti per vedere che non è affatto così: non possiamo, quindi, continuare a formare le nuove generazioni educandole all’incoscienza e all’illusione, attraverso una scuola che ignora l’impegno, lo spirito di sacrificio e la responsabilità. L’Occidente e i nostri paesi hanno, invece, un vitale bisogno di generazioni che sappiano prendere di petto i problemi sempre più gravi che si presentano oggi e nel prossimo futuro: l’economia, il lavoro, l’ambiente, la democrazia, il sottosviluppo, la guerra e la pace.
Pertanto, si pone sempre più come ineludibile la necessità di una scuola seria e severa, che sappia fare appello non solo alla responsabilità degli studenti, ma anche a quella delle famiglie, che spesso chiedono alla scuola di svolgere prevalentemente una funzione di controllo sociale e, in buona sostanza, di parcheggio dei loro figli. Ma, se occorre fare appello alla responsabilità degli studenti e delle famiglie, occorre anche rivalutare il prestigio e l’autorevolezza degli insegnanti, perché è grazie a loro, grazie all’armatura intellettuale che essi hanno in qualche modo garantito alla nazione, che questo Paese, pur duramente provato dalla simbiosi mutualistica fra plutocrazia e demagogia, ha finora retto.