Elezioni

Il risentimento omnium erga omnes è un dato di fatto della nostra società di massa, ne rappresenta uno dei caratteri distintivi. Proprio perché sono venute meno le gerarchie (il 1968 in ciò è stato un passaggio importantissimo) la situazione è ora tale per cui tutti possono sentirsi pari a tutti gli altri, e la parità, l’uguaglianza sentita come assoluta per principio, può generare soltanto rivalità. E così è. Il totalmente diverso infatti non è veramente rivale, e le lotte più feroci sono quelle tra coloro che ben si conoscono. Quanto più vicini si è all’identità, tanto maggiore e più violenta è la rivalità. Anche la vita politica italiana ne è oggi l’illustrazione: Destra e Sinistra presentano molti più aspetti di somiglianza che di differenza, su tutti i terreni. Ma proprio perché si assomigliano, si odiano. Poiché in una società post-millenniale la carica di risentimento è fortissima, essa deve mantenere ben funzionanti le valvole di sfogo che consentono una circolazione del risentimento stesso che non sia distruttiva. A questo serve il sistema mediatico-sportivo (che non a caso è sostenuto da tutte le parti politiche, e avversato da nessuna).  A questo servono anche gli scandali orchestrati e le campagne giornalistiche. A questo servono anche le elezioni presentate come scontro frontale tra forze nemiche inconciliabili, visioni del mondo opposte, conservazione e riforma, bene e male: tutti sanno che è finzione, che lo scontro vero è tra opposti interessi di bassa natura, ma sostanzialmente omogenei, e tutti interni al sistema. Per questo ritengo che il significato di queste elezioni, sul quale si disputerà per settimane, sia scarso. Lo dice uno che non brinda né alle vittorie né alle sconfitte di Berlusconi.

5 risposte a "Elezioni"

  1. Una domanda: questo risentimento è attivo in ugual modo in tutti gli “strati” della popolazione? Oppure alcuni di essi sono più esposti al contagio?
    Lo chiedo perché, in relazione al sistema mediatico-sportivo, mi pare di notare un coinvolgimento maggiore, in esso, di certi gruppi (meno colti? meno radicati? termini da definire, oltretutto). Forse che la cultura (la consapevolezza, forse sbagliata, forse arrogante, del possesso di una cultura) e il senso di superiorità che ne deriva possono offrire un surrogato di gerarchia, inceppare il meccanismo dell’uguaglianza assoluta (anche delle idee, delle opinioni, dei saperi ecc.), quindi porre un freno alla rivalità? (“Sono un paria sociale, disprezzato, povero ecc., ma ho la cultura, quindi sono diverso, superiore ecc.” – può essere una forma precaria di salvezza?)

  2. Penso che il risentimento, presente in tutti, si declini in forma diversa nei vari strati sociali, differenziando anche i capri espiatori che il risentimento sempre reclama. Il sentirsi “superiore alla massa” tipico del ceto intellettuale, ad esempio, se da un lato può costituire come capro espiatorio Berlusconi, dall’altro non impedisce il risentimento reciproco, perché esso è legato alla percezione della propria non-centralità ( poiché è la centralità ciò cui tutti gli intellettuali aspirano).

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