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Con G. Piccaluga la critica si fa radicale, in nome di una Storia la cui originalità di fondo pare essere costituita dalla vocazione comparativa. Partendo dal principio per cui la comparazione è legittima quando “si applica a ciò che è comparabile storicamente perché radicato in tradizioni culturali simili”, l’analisi “storico-religiosa” della scuola di Roma cui si rifà G. Piccaluga afferma in linea di principio che un sistema di pensiero religioso è sempre una realtà storica la cui formazione e il cui sviluppo non si lasciano precisare se non quando si siano spiegate le corrispondenze e le intersezioni storico-culturali offerte dall’etnologia. Da F. Gräbner a E. Jensen il cosiddetto metodo storico-culturale sembra oscillare tra la tassonomia positivista dei differenti tipi di cultura e la rivelazione esistenziale delle unità culturali portatrici di creazioni spirituali. Talora ciascuna cultura si decifra come un testo, le cui parole siano tracciate sul terreno e inscritte nella vita materiale di un gruppo sociale i cui comportamenti, le cui condizioni economiche e forme d’immaginazione siano, per gran parte, determinate dall’ambiente geografico originario; talora, seguendo la strada aperta dalla morfologia culturale, la storia dell’umanità non occidentale viene enunciata attraverso un numero limitato di appercezioni mitiche fondamentali, complessi primari e innovazioni, inseparabili da una o più unità culturali. E’ là, nelle regioni remote delle esperienze primarie, il cui segreto è affidato all’uomo primitivo, che bisogna andare a cercare il senso di un fenomeno culturale o il significato di un mitologema deviato dal suo contesto e andato lentamente alla deriva verso lontane tradizioni. Si instaura così un’archeologia del mito, che assegna alla Storia il campo di ciò che è culturalmente simile, che cerca, attraverso relazioni di parallelismo tra società arcaiche, di ritrovare, nell’affollarsi delle tradizioni mitiche, l’immagine cancellata di un mitologema o la forma evanescente di un’esperienza mitica la cui autenticità si conserva intatta attraverso le degradazioni successive. Così, per comprendere le tradizioni greche e romane dell’eroe che la morte trasforma in narciso o in croco, bisogna, confrontandole con le tradizioni culturali di Seram (Molucche), riferirle al mitologema agricolo del dema, di una divinità la cui uccisione inaugura la divisione tra uomini e dei, e il cui cadavere dà vita ai cereali. Solo il passaggio attraverso una civiltà “di stadio agricolo nettamente arcaico” rende credibile che le avventure di Narciso siano state ispirate ad un anonimo giardiniere dall’osservazione delle metamorfosi vegetali di cui l’humus è il singolare prodotto.
(da Dioniso e la pantera profumata, di Marcel Detienne, Laterza, Bari 1981)