Sanità

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Mi sembra ogni giorno più evidente che il nostro complessivo benessere sarebbe maggiore, infinitamente maggiore, se alle conquiste tecno-scientifiche si accompagnasse lo sviluppo di un’adeguata moralità, di un ethos collettivo che desse luogo a individualità eticamente solide e umanamente ricche. Poiché l’esistenza degli umani è essenzialmente interattiva e relazionale. E questo mi si è manifestato in tutta evidenza ogni volta che ho avuto a che fare col sistema sanitario italiano.

A cominciare dai medici di base. Quando ero piccolo, e soffrivo di ricorrenti tonsilliti, ogni volta che avevo la febbre il pediatra veniva a visitarmi a casa. Mi prescriveva un antibiotico (sono grato alla scienza, pochi decenni prima sarei morto). Mai il mio medico avrebbe detto ai genitori di un bambino febbricitante, e magari infetto e contagioso, di portarlo in ambulatorio. Questa pare sia oggi invece la regola. E lui dopo la visita si lavava le mani, cosa che non ho mai visto fare ad alcuno dei pediatri dei miei figli, tranne alla prima, che aveva più di settant’anni… Anche il mio attuale medico di base, della vecchia scuola, non fa mai andare in ambulatorio un paziente con la febbre alta, e poiché i suoi assistiti sono per lo più anziani, gira tutto il giorno con l’auto per le vie di Treviso. Invece il medico di base di mio padre, che ha quasi novant’anni e versa in cattive condizioni di salute, pur essendo molto più giovane del mio, non solo non si muove volentieri, ma richiede un appuntamento specifico per ogni visita ambulatoriale.

Pochi giorni fa mio padre aveva la febbre a 39, è caduto per terra senza riuscire ad alzarsi, e si è reso necessario un ricovero. Pioveva a dirotto. Nell’ospedale di Venezia i padiglioni sono separati da cortili scoperti, e per fare gli esami gli infermieri li fanno attraversare ai pazienti. Con qualsiasi tempo. Anche se diluvia. I pazienti fortunati hanno accanto qualche loro caro, che con l’ombrello li protegge alla meglio dall’acqua. Gli altri si bagnano. Che importanza può avere se un quasi novantenne, magari con una pleurite, si prende un po’ d’acqua? Per fortuna mia cognata era accanto a mio padre con un ombrello. Ma queste cose devono essere lasciate alla fortuna?

La mattina dopo sono andato a trovare mio padre, e ho visto che il suo letto distava meno di un metro e mezzo dalla finestra chiusa. Sotto la finestra l’erogatore dell’aria condizionata, un vecchio cassone. E l’aria fredda investiva in pieno mio padre. Mi ha detto che per tutta la notte aveva avuto freddo. Ho armeggiato, era domenica, pochi infermieri in giro, finché ho trovato uno sportellino coi pulsanti per regolare l’aria, e l’ho chiusa. In ospedale si cura la malattia per far recuperare la salute, o quel che ne rimane. I farmaci sono somministrati con attenzione, gli esami sono fatti con competenza. E’ una macchina. Ma questa macchina, questo gigantesco meccanismo, richiede l’opera di molte individualità, di molti soggetti. Per funzionare bene l’ethos dei soggetti deve essere elevato. Questo livello si riflette sulle piccole attenzioni. Io infermiere mi preoccuperò del benessere del paziente al livello di una immediatezza decisiva: vigilerò ad esempio che l’aria condizionata non concorra ad accelerare la sua fine: poiché una temperatura eccessiva nelle stanze è negativa, ma un flusso che colpisce un organismo debilitato può essere ben peggiore.

Mi accorgo, anche, che vi è un problema strutturale: le acquisizioni tecnico scientifiche (mai così evidenti sul piano della vita immediata come nella medicina) devono essere gestite da persone, e questo chiede un sostrato morale individuale; e queste persone sono inserite in un organismo che purtroppo è governato dalle leggi della politica e della burocrazia: entrambe in Italia fortissime. I direttori delle ULSS sono tutti di nomina politica e i partiti lottano accanitamente per inserire loro uomini. Si determinano ragnatele di obblighi, riconoscenza, debiti, appartenenze, militanza, ecc. che investono poi gli interessi economici in campo, che sono enormi. Nella piramide politico-burocratica il merito dei singoli medici, le loro capacità e abilità professionali, contano ben poco. Il meccanismo è da un lato accentuatamente personalistico (nel senso peggiore, basato sulla clientela e il favoritismo); dall’altro impersonale, sia riducendo  il personale medico e paramedico (ironia dei termini) a numero impersonale, sia determinando una situazione in cui l’impegno del singolo e la sua dedizione al bene dei malati di per sé non contano nulla. Per cui il fare o non fare bene è lasciato alla libera decisione dei singoli. Ma la corrente principale, in una situazione del genere, andrà verso l’irresponsabilità come condizione desiderabile, che poi è il virus italiota per eccellenza, diffuso in ogni ambiente, in ogni classe, in ogni luogo.

4 pensieri su “Sanità

  1. provo a dire qualche cosa, sentendomi tirato in ballo proprio come medico di medicina generale.
    E’ vero, molte cose sono cambiate negli ultimi decenni. La difficoltà delle visite domiciliari è tipica delle grandi città. I miei colleghi di Bologna, se non usano lo scooter, sono assolutamente nella impossibilità di eseguire visite a domicilio, salvo casi sporadici e fortunati. Io, che lavoro nella campagna a pochi chilometri a nord, riesco invece a fare una media di 3-5 domiciliari al dì, con punte di 12-14, senza difficilotà. Anzi, devo dire che trovo la “house call” molto più bella, simpatica, gratificante del vedere in studio sempre le solite facce, magari per problemi minimi; o magari perchè, suoceri mal sopportati dalla nuora, preferiscono passare la mattina in sala d’aspetto che in salotto….
    La visita su appuntamento, considerata un progresso (e prima o poi diverrà obbligatoria…) è a mio parere un difetto; nel senso che snatura quel rapporto “familiare” che era (è ancora ?) una preziosa prerogativa del medico di base italiano.
    Devo dire che si tratta di una preziosità che si paga: quando vado (poco) in ferie, devo sorbirmi gli sguardi insoddisfatti; anche se ho un sostituto (pagato lautamente), so che l’80% degli assistiti non ne usufruirà, per aspettare il mio ritorno, facendo sì che la prima settimana dopo il rientro sia infernale.
    Riguardo i pediatri, la loro spiegazione è che, rispetto ad una volta, oggi tutti hanno una automobile,….

  2. Caro Enrico, lo so che la situazione è complessa… Tuttavia, a Venezia, dove vive mio padre, la situazione non è cambiata quanto ad automobili, che non ci sono mai state.
    Il mio problema con i pediatri riguarda la possibilità di contagio tra le persone (soprattutto i piccoli) in sala d’attesa. Ma forse mi sbaglio, come per il lavaggio delle mani… Tuttavia, ho il sospetto che in tutte le professioni, accanto al progredire della tecnica, vi sia anche quello del pressapoco-menefrego. Ma forse sbaglio ancora…

  3. sul lavarsi le mani, hai cento volte ragione.
    Sul contagio in sala d’attesa, la risposta standard è che, col sistema degli accessi prenotati, non dovrebbe esserci problema. Personalmente ho fatto un breve esperimento anni addietro, lavorando su appuntamento per un breve periodo. Fallimentare, a mio avviso. Ma conosco molti colleghi che sono entusiasti della cosa: riuscire a “vedere meno gente”…. A me non piace; anche se è vero che molti vengono in studio per piccolezze, o ingigantiscono piccoli sintomi, accade anche che l’occhio del clinico “veda” segni e sintomi cui il paziente dava poca importanza, e magari si fa della prevenzione….
    Mi piace anche pensare che la mia disponibilità nelle piccole cose, ripetuta nel tempo, possa essere la base per una certa qual “autorevolezza” cui attingere in momenti difficili (per il malato e per medico), come quando bisogna consigliare di astenersi da terapie francamente inutili, e limitarsi alle cure palliative…

  4. E’ così: “in TUTTE le professioni”, come suppone Fabio, pare inevitabile una caduta verticale del senso etico che credo sia da considerarsi direttamente proporzionale al grado di burocratizzazione ed alienazione in cui gli operatori agiscono.
    Forte tendenza alla specializzazione ed inesorabile necessario avanzamento delle acquisizioni scientifiche, se da un lato producono o sembrano produrre qualche beneficio oggettivo, dall’ altro comportano un certo “distacco” dalla materia che trattano. E’ preoccupante – se non tragico, ne convengo-, quando quella materia è un essere umano.
    Ma se i nostri politici, nella loro cecità, continueranno a mescolare grossolanamente e volgarmente esigenze generali e particolari, mercato e moralità, potere e pensiero, interessi pubblici e privati, il bilancio finale continuerà a non trovare alcun pareggio, ed alla voce “perdita” rimarrà, com’ è inevitabile, il cittadino.

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