I confini dell’anima 1

ex-libris_thumbnail

“Per quanto cammini, i confini dell’anima non li puoi trovare” dice Eraclito.
Siccome è escluso che Eraclito concepisse l’anima come un luogo di complicazioni “psicologiche”, noi possiamo forse commentare le sue parole dicendo: “Non puoi trovare nell’anima altro che l’anima, non certo mai lo scontro con i limiti di una cosiddetta realtà, giacché a ogni moto dell’anima corrisponde precisamente un allontanarsi di tali limiti”. Nei pensieri non si trova mai altro che la necessità del loro concatenarsi, nei sentimenti il modo del loro associarsi e variare, nelle passioni altro che la natura del loro impeto. I pensieri, in particolare, dicono che ciò che in essi si pensa non può non esser pensato; e in questa necessità sta la prova che pensiero dell’uomo ed essere del mondo si toccano in un punto situato nella più prossima intimità da una parte, nella più grande lontananza dall’altra: il punto di una verità che non può mai esser nominata senza farla scadere ad asserzione presuntuosa. Ma questo punto, questa prova della verità, non sono essi stessi mai altro che pensati: pensieri nati dal seguito dei pensieri.

Da qui si arriva logicamente alle celebri proposizioni di Gorgia: “Niente esiste realmente”, cioè ogni cosa percepita o pensata non può mai essere altro che pensiero d’essere. “Anche se qualcosa esistesse realmente, non la si potrebbe conoscere”, ossia non potrebbe che avere la forma di una sensazione, di una percezione o di una proposizione. “Supponendo che l’esistenza reale possa esser conosciuta, tale conoscenza sarebbe incomunicabile”, il che significa che essa sarebbe per natura esterna al regno della parola, per natura irriducibile a espressione articolata.

Ma Gorgia parla naturalmente dell’Essere in sé, più che dell’anima nel senso di Eraclito, o della realtà nel senso in cui ne parliamo noi ordinariamente. E, d’altra parte, la questione dell’Essere in sé conduce alla deduzione dell’argomento ontologico: al Dio di Anselmo e di Descartes. Ma l’aforisma di Eraclito è molto più profondo della logica di Gorgia: non nega, anzi afferma; però, affermando, rende futile qualunque asserzione di “realtà”, qualunque consistenza e sostanzialità della nostra “presa” sulle cose. E ciò riguarda il mondo esterno come quello interiore, ammettendo che fra i due sia possibile altra distinzione che grossolana e utilitaria. E tuttavia l’anima è. Ma, appunto, è senza confini: non c’è idealismo, per quanto estremo, che possa esprimere adeguatamente il continuo sboccare della vita, della realtà, del piacere più carnale e della sofferenza più intima in un’inconsistenza finale. Nel momento che tocca l’anima, e si trasforma in coscienza, non c’è fatto, evento, corpo o cosa che non diventi simile al sogno, trapassando, più che nell’irreale, in una impenetrabile evanescenza. La sola realtà rimane quella dell’anima; e il carattere proprio dell’anima della psyché, nel senso semplicissimo di principio vitale è il suo straniamento rispetto non tanto al mondo quanto alle occasioni del mondo. Delle quali, proprio perché sono quelle che sono – mutamenti inattesi, fortune insperate, sventure repentine, incontri fortuiti: il “romanzo” dell’esistenza – si sa ogni volta e una volta per sempre che avrebbero potuto esser altre da quelle che sono, ma non si sa tuttavia se con questo il mondo sarebbe stato diverso da quello che è. E allora, che realtà ha ciò che “capita”? E se la realtà di ciò che capita è dubbia, che cos’è mai reale, visto che non c’è altro?

Non è soltanto questa continua esperienza ad allontanare all’infinito i confini dell’anima. Della vita, degli incontri e scontri col reale, di ciò che ci accade nel tempo e intorno a cui si aggrega il nostro essere, noi non possiamo mai veramente ritenere altro che l’ombra, il ricordo, l’immagine, l’emblema di un significato anch’esso per sua natura mutevole, cioè ambiguo. E solo l’ombra dura.
Perciò non si possiede mai nulla della vita, e voler possedere significa correr dietro a una preda inesistente trascurando la sola realtà che ci sia data: quella dell’ombra. Nella quale non c’è nulla da afferrare e conservare, ma vive e vibra la sola cosa che duri: il desiderio d’essere che ci porta di cosa in cosa, la nostra inquietudine di fronte a un mondo che non rimane mai lo stesso né mai cambia, e nel quale sembra che ci sia una sola realtà: l’individuo che recita la sua parte d’ombra, nel momento in cui la recita. E il paradosso finale: vivere è una commedia, o una tragedia, che si recita per gli altri, mai per se stessi; giacché da noi stessi, soli, siamo troppo coscienti dell’evanescenza e del vuoto attorno per dare l’importanza altro che di “parte”, in sostanza obbligata, a ciò che facciamo; e, se si parla in prima persona, non si tratta mai d’altro che d’esistere in una certa parte, nobile o abbietta, che noi sappiamo bene di aver scelto solo perché vi ci siamo trovati coinvolti.

Questo è, guardato non “obbiettivamente”, certo, ma secondo la visuale della vita vissuta, ciò che noi chiamiamo “realtà”: quello che importa e a cui ogni singola occasione riporta: refert, secondo l’etimologia. In altri termini, non si tratta mai, vivendo, della cosiddetta “realtà nuda e cruda”. L’uomo non è mai veramente convinto che la realtà che lo circonda, lo assilla, lo travaglia sia la vera: la vera è quella che gli sfugge, quella che egli non riesce neppure a immaginare, visto che di essa non si può neppur dire che è l’ombra di ciò che è stato ma tutt’al più che è l’origine di quest’ombra, nascosta per sempre dietro di essa.
Non è questa, di certo, la realtà cui di solito ci si riferisce, quella di cui si tratta quando si dice che si vive “realmente”. Quello che realmente si vive è il suo peso, il suo fascino e il suo orrore. La realtà vera non si vive: vi si può solo alludere nei modi d’essere, di sentire e di significare.

Nicola Chiaromonte da Il tarlo della coscienza , il Mulino, Bologna 1992

Lascia un commento