Virgilio

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Insomma, se noi guardiamo alla forma dei contenuti dell’Eneide come al luogo ideale di uno scontro tra valori tutti nel loro ambito aspiranti alla totalità, ma incomponibili nelle loro pretese – e se consideriamo la vittoria di alcuni di essi non dovuta alla loro trionfale superiorità sugli altri bensì alla loro maggiore fecondità, adombrata nel volere divino e nel Fato -, allora il rispecchiamento compiuto dall’epos virgiliano non risulta essere alla fine esaltazione della restaurazione augustea, ma riflessione (modulata in toni diversi) sul perché dolorosamente qualcosa si afferma al di sopra di un altro. Un altro che non era ignobile, che era anzi in se stesso compiuto e necessario, ma che può trovare la sua giustificazione solo se osservato da un livello più alto: in cui anche gli esclusi possano rivendicare il loro diritto alla costruzione del nuovo, in cui essi stessi appaiono come il suo lievito. Il vincitore non vive solo della sua luce e della sua virtù, ma è costretto ad assorbire il trauma della vittoria e i diritti subordinati del vinto. Si poteva vincere solo distruggendo altri diritti, diventando anche i propri nemici: l’epos si arricchisce di registri contraddittori quando la ragione è divisa, e con essa il linguaggio; quando un’epoca è scissa. Rappresentarla non significa riprodurre le glorie del vincitore, ma insieme il suo doloroso affermarsi. Le ragioni degli altri, esposte in tutta la loro forza, non danno solo un incremento artistico al poema, ma sono un memento contro la stabilità di ogni vittoria. Anche i morti possono ritornare se chi vince non ha saputo essere anche il loro rappresentante, la loro voce più alta.

Gian Biagio Conte, Virgilio. Il genere e i suoi confini, Garzanti 1984, p. 96

Penso che l’epos possa essere autentico solo in assenza di una visione globale della storia e del suo senso. Ma questo sguardo in Virgilio c’è, e dunque l’Eneide non è epos autentico, nonostante i fiumi di sangue. La grandezza di Virgilio sta nel suo abitare il crinale sottile tra la giustificazione della forza e il dubbio sulla sua potenzialità distruttiva. E’ per questo che mentre nell’Iliade il diritto dei Greci e quello dei Troiani sono pari, Turno non ha lo stesso diritto di Enea alla vittoria. E  questa vittoria è corrosa da una malinconia profonda, che è determinata dallo sguardo consapevole del divenire di tutte le cose, del sorgere e tramontare senza fine percorso dalla violenza fondamentale e fondante degli umani. Per questo, ciò che di eternamente attuale è nell’Eneide è il grande macello dei sei libri finali.

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