Il calcio dei filosofi

A me il calcio non piace. Non lo seguo. Mi pare comunque pervertito rispetto a quello che era, come molte cose. Basti pensare ai giocatori assunti per due mesi, alle casacche che cambiano durante uno stesso campionato, ai medici sportivi e alla loro funzione reale, ecc. ecc. Ai miei occhi è una schifezza assoluta. Ma questa partita tra filosofi è un capolavoro assoluto.

http://www.youtube.com/watch?v=pavNpozrgM8

Un pensiero su “Il calcio dei filosofi

  1. Concordo con le considerazioni soprariportate e aggiungo quanto segue.
    La catena di affarismo, corruzione, illegalità, violenze, abusi, frodi e soprusi, che la magistratura ha portato alla luce, dimostra in modo inequivocabile che il calcio è, oltre che un apparato ideologico di Stato vòlto a diffondere i ‘valori’ della competizione selvaggia, della flessibilità, della precarietà, della venalità mercenaria, del nazionalismo e del razzismo, un’industria che appartiene organicamente al sistema capitalistico di produzione, di scambio e di consumo.
    L’organizzazione capitalistica del calcio ha ormai ucciso il calcio come sport fondato sul piacere e sulla socializzazione, nonché sui valori della competizione congiunti con quelli del rispetto e dell’amicizia. Essa si fonda invece sui due meccanismi più odiosi del sistema capitalistico: da una parte, un apparato mafioso che ricerca il massimo profitto (i dirigenti e gli stessi giocatori non si fanno scrupolo né di ricorrere a società ‘off-shore’ in paradisi fiscali al fine di riciclare il denaro sporco, né di corrompere, ricattare e intimidire gli arbitri, né di intrallazzare all’interno dei club, né di finanziare il doping, né di lucrare sui diritti televisivi e su ogni tipo di ‘marketing’, né di organizzare giri di scommesse clandestine); dall’altra, un’ideologia fondata sui princìpi del superuomo, della forza, della violenza e, nel contempo, su uno spirito nazionalista fortemente localizzato (tanto che nessuno si stupisce se, da un capo all’altro dell’Europa, i commandos di tifosi più duri e aggressivi rivendicano esplicitamente concezioni razziste e legami con l’estrema destra nazifascista).
    Le vicende italiane, in particolare, dimostrano che il football funziona secondo il modello delle imprese capitalistiche, le quali puntano innanzitutto a massimizzare i profitti, nel pieno rispetto della gerarchia verticale e di un codice dispotico fondato sull’obbedienza ai capi. Il calcio, ormai interamente sussunto dal capitale e integralmente alienato nella forma-spettacolo che ha assunto il capitale stesso nella fase suprema del modo di produzione capitalistico, si basa inoltre, al pari di qualsiasi organizzazione mafiosa, su una struttura etnocentrica, un sistema di clan che si estende, attraverso una ragnatela di “padrini”, all’interno delle istituzioni.
    Le diverse “famiglie” del pallone e le stesse istituzioni ai diversi livelli (Fifa, Coni, Figc) sono immerse nell’affarismo fino al collo. Dietro le quinte di uno spettacolo così bello, che entusiasma centinaia di milioni di persone, opera, come un tumore che genera continue metastasi, il capitalismo mafioso. La passione per il calcio coincide quindi oggettivamente, per centinaia di milioni di persone del tutto inconsapevoli del rapporto tra forma e sostanza, con la necrofilia.
    L’imputridimento del calcio mostra infatti fino a che punto sia arrivato il processo di decomposizione dell’intera società capitalistica. La malattia che ha colpito questo gioco ha fatto sì che il suo vólto, illuminato un tempo dalla tersa e pura bellezza della gioventù, somigli sempre di più ad un mostruoso ceffo diabolico, sfregiato da una ributtante bruttezza e da un orrendo disfacimento: quel ceffo che, come accade nel romanzo di Oscar Wilde, costituendo lo stadio finale di una metamorfosi ad un tempo etica ed estetica, deforma il ritratto giovanile di Dorian Gray e lo rende tanto irriconoscibile quanto irrecuperabile.

    Eros Barone

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