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Il naturalismo secondo me sovverte implicitamente il significato del nostro anelito estetico quando svaluta di fatto la bellezza come una proiezione umana e quindi priva di una qualsiasi realtà indipendente dalla costruzione umana. Privilegiando il campo teoretico (oggettivante) del significato, il naturalismo nelle sue moderne trasformazioni scientifiche ha insegnato che la realtà, al di là delle sue apparenze esteriori, è essenzialmente predicibile e routinaria. Tutto ciò che di bello esiste in natura, almeno secondo le versioni materialiste del naturalismo, deriva dall’inventiva mente umana. Moltissimi naturalisti comprendono la bellezza non come avente lo status della verità ma come una fabbricazione umana illusoria. La bellezza non è realmente reale, ma il prodotto della nostra creatività. La natura non può essere bella in se stessa, ma è invece una tela monotona sopra la quale noi umani dipingiamo o proiettiamo le nostre preferenze estetiche. Al di sotto del suo fascino estetico, lo strato fondamentale di tutto l’essere è il mondo morto delle qualità primarie, il materiale quantitativo conoscibile scientificamente che noi ricopriamo con le qualità secondarie dei nostri cinque sensi. Come ha giustamente affermato Alfred North Whitehead, la visione moderna prevalente della natura è stata una in cui il mondo sottostante è “un affare scialbo, senza suono, senza profumo, senza colore: soltanto un movimento materiale, infinitamente privo di senso”. Così il materialismo sottostante a molto naturalismo moderno ironicamente esibisce un pregiudizio antropocentrico pur negando di fatto l’esistenza reale della soggettività umana. Isolando teoreticamente la nostra soggettività dal suo stesso mondo, irriflessivamente esso innalza gli umani in una posizione di supremazia creativa sul resto del mondo. (p. 48 )
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Il tentativo di Haught è quello di ricondurre la mente critica totalmente all’interno della natura, superando così quello che infine gli appare come un reale gnosticismo di coloro che si pretendono invece olisti, realisti, materialisti, ecc., e affermano l’esistenza reale della sola realtà scientificamente investigabile. Questa posizione, tuttavia, è essa stessa estremamente problematica. Infatti per lui la verità è l’obiettivo del puro desiderio di conoscere, nei due sensi di equivalente ad essere o ciò che è, e di proprietà di affermazioni che corrispondono a ciò che è (p. 37). Ma l’essere e il ciò che è in se stesso non sono l’oggetto della scienza (fisica) ma del sapere metafisico. Ogni discorso sulla realtà, sull’essere, sulla totalità che prescinda da una interrogazione radicalmente critica sul significato di questi termini si traduce in una metafisica ingenua, come quella dello scientismo, o dogmatica, come al fondo è quella di Haught.