Is Nature Enough? 2

ex-libris_thumbnail2

Questo è il libro di un teologo. Un teologo che da anni dialoga con la scienza e studia i caratteri dello scientismo contemporaneo. Haught tuttavia in questo libro non fa teologia nel senso di svolgere un ragionamento che parta dalla Rivelazione (secondo lo statuto della teologia cristiana qual è comunemente intesa), ma fa pura filosofia, ovvero si sforza di usare la ragione nel modo più critico e radicale che le risulti possibile. Poiché filosofare significa anzitutto porre le questioni ultime, portando la ragione fin dove può giungere, e non sottraendo nulla alla messa in questione, alla problematicità radicale. I suoi punti di riferimento espliciti sono Henri Bergson, Michael Polanyi, Alfred North Whitehead, Bernard Lonergan e Pierre Teilhard de Chardin.

 

Haught prende la scienza molto sul serio, e personalmente ritiene, ad esempio, che l’evoluzionismo biologico sia oggi imprescindibile, e che ugualmente occorra tener presenti tutti i risultati della fisica e della biologia contemporanee. Ma è un fiero avversario delle visioni del mondo che passano per visione scientifica dello stesso, e che sono invece filosofie o ideologie che difettano di fondamento critico, e che sotto la loro pretesa adesione al metodo scientifico nascondono delle forme più o meno autocoscienti di fede. L’idea fondamentale del saggio di Haught è questa: se la mente umana (con i suoi imperativi ineludibili – sii attento; sii intelligente; sii critico; sii responsabile) fosse spiegabile solo in termini adattivi ed evolutivi, se fosse solo il prodotto casuale e contingente di elementi naturali semplici nel corso di un enorme spazio temporale, e quindi essa stessa di per sé del tutto contingente e frutto di un processo totalmente privo di intelligenza, se quindi la nostra mente non fosse qualcosa di più dei processi inintelligenti che l’hanno preceduta, tutto ciò che la mente produce, scienza compresa, serebbe vaniloquio, non avrebbe consistenza. Mentre si vede benissimo che anche Dennett, e Flanagan, e Dawkins, ecc., pensano sulla base di una fondamentale fede nella verità cui la ragione può accedere. Perché se negassero che la verità è attingibile con le forze della ragione, e il mondo è intelligibile per come è realmente, non si batterebbero con la forza che usano per far trionfare la loro visione. Essi evidentemente trattano la verità come un valore che discrimina le visioni false da quelle autentiche (nel loro caso il materialismo scientifico rappresenta la verità), senza accorgersi dell’incoerenza che sta nell’affermare da un lato che la verità è soltanto un elemento adattivo e contemporaneamente porre, dall’altro lato, questa stessa affermazione come un dire la verità sulle cose come realmente stanno. La mente umana è invece qualcosa di più degli elementi che nel corso degli eoni hanno portato alla formazione del cervello umano qual è oggi. Ma questo qualcosa in più, secondo Haught, non è esterno alla natura, ma fin dall’inizio presente in essa. Se noi escludessimo la mente dalla natura, ricadremmo nel dualismo e in una sorta particolare di gnosi e di magia, come fanno gli scientisti contemporanei. O dovremmo giungere al paradosso di negare, come del resto alcuni di loro fanno, che soggettività e coscienza umane (e non solo) abbiano una esistenza reale. Ne conseguirebbe, tra l’altro, la altrettanto paradossale affermazione della incapacità della mente a conoscere il mondo. Ma lo scientismo manca di coerenza interna, e la dimostrazione di questo occupa gran parte dell’argomentazione di Haught.

Lascia un commento