
L’obbedienza a Dio, vale a dire, nella misura in cui non possiamo concepire, immaginare, né rappresentarci Dio, al nulla. Questo è allo stesso tempo impossibile e necessario – in altri termini soprannaturale.
La religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede, e in questo senso l’ateismo è una purificazione. (pp. 164 -165)
Nella Bibbia il Dio irrappresentabile emette però dei comandi, anzi, compie delle azioni. Ovvero è anzitutto Colui che libera dalla schiavitù, e poi la fonte della Legge, cui in un terzo momento viene attribuita la creazione del mondo intero, come ormai sa anche il seminarista alle prime armi. La non rappresentabilità della fonte della legge non impedisce l’obbedienza alla legge, altrimenti dovremmo dire che di tutto ciò che ha relazione con l’irrappresentabile non si può nemmeno parlare. Dal punto di vista generativo, la paradossalità è connaturata all’idea di Dio, il cui nome è il primo segno, e dell’umano stesso che lo emette. Per questo, dal paradosso non si può uscire mai completamente, tutt’al più da un incipit paradossale possono derivare conseguenze non-paradossali, il che rappresenta un ulteriore paradosso. Ma è l’unione nell’umano del materiale-mondano-immediato e del rappresentato-mediato-trascendente che dà la prova continua di questa paradossalità essenziale. Il locus del pensiero “non vi è alcuna trascendenza” non è infatti determinabile nella datità dell’esperienza, esattamente come per il pensiero che “tutte le cose derivano da Dio”. E, in verità, il vero salto io lo vedo nella comparsa della frase dichiarativa, perché l’ostensivo e l’imperativo non hanno il necessario presupposto della coscienza del tempo. Il paradossale è l’altro versante del soprannaturale: unico conio.
La rappresentazione di Dio è sempre un éidolon, questo nella Bibbia è una costante. L’umano si vuole appropriare della forza di Dio (anche servendolo), oppure fa della forza il suo dio, la terza possibilità è solo di Cristo. L’umano non può sussistere senza un’affermazione o una negazione di Dio, quindi senza una sua qualche rappresentazione, in quanto anche per negare occorre rappresentare. Il religioso consolatorio può essere tale solo mediante false rappresentazioni, ovvero nell’idolatria, e in definitiva entro fenomeni mimetici di massa, con i loro riverberi nella vita del singolo. Resta il fatto che l’unico pensiero che possa affrontare la questione di Dio nel nostro presente è quello che non pretende di risolverla, ovvero un pensiero aperto, dialettico e in grado di dar conto del valore fondativo del paradosso.