Rileggo Simone Weil 39

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Mancanza di fede, nell’ortodossia totalitaria della Chiesa. Chiunque chiede del pane a Dio non riceverà delle pietre. Se a colui che desidera la verità appare un errore, questo è per lui una tappa verso la verità, e se continua lo vedrà come un errore. Colui che non desidera la verità s’inganna, ma s’inganna anche recitando il credo. La condanna degli errori era cosa buona; ma non « anathema sit ». In quale modo si può stabilire che un certo errore non sia necessario per un certo spirito in quanto tappa? Sarebbe stato sufficiente dire: Chiunque dice che… non è giunto alla verità. Proteggere i piccoli? Non bastava la preghiera?
Se io chiedo la verità, ogni pensiero che mi appare come vero mi viene da Dio, fosse pure un errore, ed io non ho il diritto di respingerlo per sottomissione a un’autorità anche liberamente accettata.
Ogni religione è l’unica vera, vale a dire che nel momento in cui la si pensa è necessario applicarle così tanta attenzione, come se non vi fosse nient’altro; allo stesso modo ogni paesaggio, ogni quadro, ogni poesia,ecc. è l’unico bello. La «sintesi» delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore.
(II, 152 – 153)

L’ ortodossia totalitaria non è una questione da poco. Quando sono in gioco concetti come quelli che Simone Weil maneggia qui, la tendenza è inevitabilmente quella di assumere un atteggiamento accusatore o apologetico, e dunque una posizione mimetica, di individuazione di colpevoli e di espulsione (gli eretici, gli inquisitori degli eretici, i pensatori che hanno elaborato i dogmi e i modi di difenderli, i modernisti, i reazionari, gli anti-conciliari, i progressisti, ecc. ecc., in un continuo accusarsi e addossarsi l’un l’altro le colpe della caduta morale dell’umanità, della corruzione e del male). Certo “ci si attendeva il Regno di Dio ed è sorta la Chiesa”, un soggetto storico, e anche politico, una struttura di potere. Insomma, una religione. La religione in quanto tale ha a che fare con l’ordinamento della società, anche nel caso di una visione della religione stessa come fatto meramente privato. Il problema non sta tanto nell’anatema, ma nelle sue conseguenze esecutive, ovvero politico-sociali. L’idea che per la Verità e nel suo nome si possa anche fare la guerra non è affatto peregrina, ma si è sostanziata nei secoli in una serie di eventi e di riflessioni, ossia in una cultura. Il Cristianesimo, che doveva essere un fattore potentemente anti-mimetico, si è rovesciato in mimetismo scatenato, al punto che la maggior parte dei cristiani uccisi come tali lo sono stati per mano di altri cristiani. E qui si pone un ulteriore gigantesco problema teoretico: perché non si può attaccare il relativismo teorico e nello stesso tempo assumere che tutti gli atti e le posizioni teologiche assunte dalla Chiesa nei due millenni della sua storia siano comprensibili e giustificabili entro il quadro storico di riferimento: che sarebbe un porre in relazione, un relazionare, e infine considerare relativo a… In questo senso, una rilettura parallela del Sillabo e dei documenti del Vaticano II potrebbe essere interessantissima.

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