La fonte dell’energia morale è per l’uomo all’esterno, come quella dell’energia fisica (nutrimento, respirazione). In genere egli la trova, e per questo ha l’illusione – come fisicamente – che il proprio essere porti in sé il principio di conservazione. Solo la privazione fa sentire il bisogno. E, in caso di privazione, egli non può impedirsi di volgersi verso un commestibile QUALSIASI.
Un solo rimedio a questo: una clorofilla che permetta di nutrirsi di luce. Infatti, essendo questa capacità assente, tutte le colpe sono possibili e nessuna evitabile.
“Il mio nutrimento è fare la volontà di colui che mi invia”.
Non vi è altro bene che questa capacità. (II, 145)
Dall’idea che il peccato fondamentale dell’uomo sia quello di non essere Dio, nel pensiero di Simone Weil deriva una serie di conseguenze che generano il suo angelismo acuto. Il suo rapporto al cibo mi appare, come in molti asceti ed encratiti, profondamente diverso da quello di Gesù e dei suoi discepoli, che i Farisei accusavano di essere mangioni e beoni. Poiché il cibo è sentito come una produzione del desiderio, e il desiderio terreno deve essere annullato. Perciò l’essere umano ideale per Simone Weil sarebbe l’umano-pianta, che potrebbe nutrirsi di sola luce. Non essere capaci di nutrirsi di luce è una colpa. Ma donde viene questa incapacità? Se è costitutiva dell’umano in quanto tale non può essergli imputata. In verità, è proprio il voler essere come Dio, luce da luce, il non accettare la propria terrestrità e radicale contingenza, il proprio inevitabile essere desiderante, che mi fa apparire l’autoannullamento della Weil un atto di hybris.
