Così parla l’Eterno riguardo ai profeti che traviano il mio popolo, che gridano: ‘Pace’, quando i loro denti han di che mordere, e bandiscono la guerra contro chi non mette loro nulla in bocca.
Perciò vi si farà notte, e non avrete più visioni; vi si farà buio, e non avrete più divinazioni; il sole tramonterà su questi profeti, e il giorno s’oscurerà su loro.
I veggenti saran coperti d’onta, e gl’indovini arrossiranno; tutti quanti si copriranno la barba, perché non vi sarà risposta da Dio. (Michea 3, 5-7)
Troppi veggenti in giro, in questi giorni. Tutti si levano a profetare. Sono giorni, questi della crisi finanziaria globale, che ci dovrebbero richiamare al pensiero. Dovrebbe essere un pensiero libero dalle catene degli ideologismi di ogni sorta. Non ne vedo molto in giro: quello che vedo è ideologia pura, o quasi, difesa degli interessi e delle convinzioni radicate. E invasamento profetico di molti da parte di demoni e potenze oscure. In genere, quello che circola è un pensiero animato da un risentimento fortissimo. In genere, esso ignora che non ci può essere industria senza capitalismo, e che il fatto che questo sia di stato o privato cambia poco nella sostanza. Ciò è reso evidente dalla transizione cinese. La verità immanente del capitalismo è che il capitale deve essere accumulato. E l’accumulazione implica sempre il sacrificio. Il capitalismo ha natura intimamente sacrificale: questa era più evidente ai suoi inizi, si è venuta oscurando nell’era tecnotronica del piacere immediato e della vita illimitata, ma la natura coperta da un velo quando il velo cade torna manifesta. La questione del mondo globale non è soltanto la finanza, è l’industrializzazione illimitata e inarrestabile, che può spostarsi da un continente all’altro ma deve crescere, come il numero degli umani. Grandi sconvolgimenti ci attendono, ma non possiamo sapere come le cose procederanno, perché non siamo veggenti, e gli intrecci sono complicati e innumerevoli. Ma possiamo almeno cercare di vaccinarci contro la febbre d’angoscia di fronte al trasmutarsi delle fortune ricorrendo alla saggezza disincantata di grandi del passato, come Guicciardini. L’incipit della Storia d’Italia è uno dei testi che ho sempre davanti agli occhi. Mi sembra di doverlo rileggere ancora una volta, pensando ai “consigli male misurati di coloro che dominano”.
Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri príncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla: materia, per la varietà e grandezza loro, molto memorabile e piena di atrocissimi accidenti; avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l’ira giusta d’Iddio ora dalla empietà e sceleratezze degli altri uomini, essere vessati. Dalla cognizione de’ quali casi, tanto vari e tanto gravi, potrà ciascuno, e per sé proprio e per bene publico, prendere molti salutiferi documenti onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’ popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.
Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora piú liete e piú felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono piú di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtú e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi piú montuosi e piú sterili che nelle pianure e regioni sue piú fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti príncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose publiche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.
Francesco Guicciardini (Storia d’Italia I, 1)
