Filosofia di passione 6

Girard sembra professare un pessimismo antropologico radicale. L’umano è per natura violento e sacrificale, e solo il totalmente altro della rivelazione biblico-evangelica può aprire una dimensione differente e pacifica. Il pienamente cattolico (nelle intenzioni almeno) Fornari vuole invece trovare nella religione in sé, e cioè nel sacrificio, uno stadio intermedio, un gradino evolutivo che innalza l’umanità verso quella pienezza che solo Cristo può conferire (mediante il suo sacrificio, che è il definitivo).

Lo scoglio teorico che Girard non è in grado di superare sta per l’appunto nelle sue premesse. La rivelazione della quale egli parla somiglia troppo all’insufflazione della vita su un corpo morto per risultare pienamente credibile, e se la somiglianza col secondo racconto della creazione dell’uomo nella Genesi ci garantisce che in essa rimane un elemento di verità, la natura simbolica dell’immagine ci rammenta la sua parziale derivazione dal mito da cui così orgogliosamente Girard pretende di distaccarsi. La storia è ben altrimenti complessa, e ci mostra un cammino graduale in cui la rivelazione da ultimo irrompe, sfruttando capacità in sé insufficienti ma necessarie per intendere un Dio non dipendente dalla violenza dell’uomo. Affinché la vera trascendenza si rendesse accessibile occorreva che l’umanità disponesse prima di uno stadio intermedio fra la trascendenza autentica e l’animalità, e questo stadio intermedio è rappresentato dal sacrificio. (p. 111)

Dunque per Fornari, cominciando l’umano col sacrificio, ovvero con la trascendenza inautentica (ma non del tutto), l’umano inizia pienamente, dal punto di vista teologico, con l’affermarsi del male. Possiamo dire che per lui, esattamente come per Girard, la Caduta e l’Origine sono la stessa cosa, e che la vera nascita dell’umano non si ha con Adamo ma con Caino. Quanto questo possa essere perfettamente ortodosso lo vedranno altri, ma è chiaro che non si può fondare la capacità umana di intenzione su un mero meccanismo. In realtà, nella visione fornariana non può trovare fondamento la libertà umana.

 La mia ferma convinzione è che una critica debba essere energica in proporzione all’entità della posta in palio, e quanto si è detto finora mi pare sufficiente a mostrare come la posta sia ingente. L’improbabilità o impossibilità di una scuola guardiana induce a considerazioni ulteriori sullo statuto sfuggente della stessa teoria, costretta dal suo scopritore a rimanere sostanzialmente sospesa tra scienza e rivelazione. La rivelazione in Girard tende ad essere sempre troppa o troppo poca, col risultato che non pochi suoi seguaci, in assenza di un criterio discriminante e di una vera bussola in base alla quale orientarsi, finiscono per riprodurne e amplificarne le oscillazioni, passando dalle generalizzazioni scientistiche agli entusiasmi religiosi, che in più casi si fondono in un’unica, e scarsamente digeribile, “rivelazione mimetica”. È una tentazione e una trappola che il fondatore a parole rifiuta, ma a cui si espone costantemente. (p. 113)

A me pare che anche in Fornari, nonostante l’apprezzabile sforzo profuso, scienza e rivelazione siano in un rapporto ambiguo, che da un lato impedisce l’adesione alla teoria mimetica da parte dei laici, dall’altro ostacola la connessione ad un discorso teologico consapevole dei propri fondamenti dogmatici. (6 – continua)

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