Due cavalieri nella tempesta

giont«Prima che arrivi la vecchiaia, ci s’immagina che ci saranno ancora una gioia o due. Invece no, non una. Per tutta la vita si fa quel che si deve per diventare vecchi e, quando lo siamo, ci si accorge che si è fatto di tutto per diventare un’assoluta nullità. Se uno muore a quarant’anni, tutti lo piangono; se uno continua a vivere fino a settanta, si pensa che sia una bella cosa. E lui è più infelice che se fosse morto. Quando si è morti, se non altro, non si vede più, non si sa più, non si parla più. Si pensa agli affari propri, non si ha più bisogno di immischiarsi in quelli degli altri. Tutto quel che può succedere, succede: non c’è più bisogno di occuparsene. Ma chi diventa vecchio in mezzo a una famiglia continua ad aver sempre bisogno di fare tutto; è come un asino che voglia sferruzzare delle calze. Oh! com’è sciocca la gioventù. Ma davvero vale la pena di nascere?»

Colei che nel suo parlare di anziana contadina echeggia la sapienza di Sileno è un membro di una sorta di coro arcaico, tutto femminile, che si sviluppa, narrato per pagine e pagine, durante la lavorazione domestica collettiva delle carni di un maiale ucciso. Un rito del tutto normale nella civiltà contadina, ma qui percorso da una profonda inquietudine, illuminato da bagliori remotamente dionisiaci che rimandano ad altri immemoriali sacrifici. Una sapienza antichissima disegna lo sfondo di una vicenda di amore fraterno, di mimesi e di morte. Il passo riportato si trova alle pp. 69-70 della traduzione italiana di Deux cavaliers de l’orage di Jean Giono (Due cavalieri nella tempesta, trad. di F. Bruno, Guanda, Parma 2003). Questo romanzo di Giono ha una forza narrativa eccezionale, introvabile tra gli scrittori italiani di oggi: anche perché Giono riesce a far emergere dei temi primari, essenziali: qui, ancora più che in opere sue famose, come L’ussaro sul tetto o Angelo, è quello della pura forza fisica, e della competizione micidiale che la necessità dell’autoaffermazione mediante questa nella sua forma assoluta, la semplice lotta dei corpi, può accendere. Anche nel cuore di due fratelli. Qui è declinato ancora una volta il tema della rivalità fraterna. Marceau il più anziano ama Ange il più giovane, il Cadetto, in forma viscerale: ma lo ama in quanto è il fratello minore, bisognoso della sua protezione. Il minore ha in Marceau il suo modello e maestro, e quindi ad un certo punto il rivale, perché il minore vuole essere come il maggiore, e questi non lo consente. Quando l’amore fa del suo oggetto la base della propria idolatria di sé, il processo della violenza mimetica è inarrestabile, e quell’amore infine si volge in sete di distruzione e di annientamento e autoannientamento. Questo grande romanzo conferma la mia vecchia idea: la violenza degli umani non nasce dalla non conoscenza dell’altro, ma dalla non accettazione della sua vita autonoma e del valore che essa ha di per sé.

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