Del noir 3

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È poco più che una sceneggiatura per una fiction televisiva questo Nordest (edizioni e/o, Roma 2005) di Massimo Carlotto e Marco Videtta (che è infatti uno sceneggiatore) e credo voglia esser tale. Pure, e benché io non sia affatto un appassionato di noir, giudico la lettura di questo testo un’esperienza interessante. Esso pone delle questioni gravi, e anche abbastanza angoscianti per chi come me vive nel cuore dello stesso Nordest, a Treviso. 

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Anzitutto propriamente la questione del Nordest, del nome, e del concetto che vi è sotteso. Dirò che questo nome io non l’amo affatto: io sono un veneziano in esilio a Treviso, non un nordestino. Il concetto è socio-economico, ha origine recente, legato all’espansione economica della parte orientale della Pianura Padana, a quella crescita che l’ha arricchita in denaro e impoverita culturalmente, devastando insieme il paesaggio e le anime dei suoi abitatori. La storia narrata da Carlotto e Videtta è quella di un omicidio che scaturisce da un ambiente sociale della borghesia veneta segnato fin nelle midolla dai valori distorti della ricchezza, del piacere e del prestigio acquistati e mantenuti in qualsiasi modo, a qualsiasi costo, a prescindere da ogni etica. Un cinismo sostanziale dietro una facciata di perbenismo: la provincia veneta come in fondo è percepita da decenni, ma con un’accentuazione dei caratteri negativi e violenti, che rispecchia puramente una parte della realtà. Il trinomio benessere-incultura-corruzione innesca circoli viziosi (alla lettera) che a loro volta generano campi di forza che lacerano a fondo il tessuto della società. Tanto che nel libro (come nella realtà) non si capisce come essa potrà stare insieme per molto. Ecco che emerge una questione che trascende quella del Nordest. Riprendiamo dunque qui brevemente il nostro discorso sul noir : questo sottogenere del romanzo è quello che con più forza attualmente in Italia rende presente il rischio della dissoluzione della società. Per questa sua funzione, il noir ha bisogno che il suo lettore non si identifichi con le forze del dissolvimento, anche nel caso che nella fabula esse siano prevalenti, ma che esista un punto di vista comune tra il libro (non necessariamente il narratore, che potrebbe anche essere un criminale) e il lettore. Entrambi debbono fondarsi su un’idea di società ben ordinata, una società governata dal principio del bene comune generale, per cui, ad esempio, l’attività economica dell’ecomafia, che ad alcuni reca senz’altro opportunità di denaro e di piacere, è condannata per il fatto che all’universalità arreca grave danno. Sullo sfondo di ogni noir sta sempre, inespresso, l’incubo del trionfo delle pulsioni particolari che porterebbe il gruppo sociale allargato alla violenza caotica indifferenziata. Il terreno di quest’incubo nel romanzo di Carlotto e Videtta è realisticamente, purtroppo per me, il mio Veneto.

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