La genesi dell’umano dall’animale è legata alla violenza, sia per René Girard che per Eric Gans, ma mentre Girard vede lo scaturire dell’umano come un processo lento e millenario, in un’infinita catena di uccisioni di singoli elementi dei gruppi protoumani da parte dei membri della stessa comunità (linciaggi infiniti, col conseguente benefico effetto sulla coesione del gruppo, e quindi meccanismo del capro espiatorio che è appunto un meccanismo che si ripete di generazione in generazione), per Gans l’umano deve essere scaturito in un singolo evento, la sua genesi ha dunque una natura catastrofica.
Inclino verso quest’ultima visione. Per il semplice fatto che il semiumano è impensabile. Un essere che usa segni e simboli, per quanto rozzo sia, è già un umano. C’è un salto. Natura facit saltus.
Ma nell’ipotesi gansiana c’è qualcosa di troppo geometrico, di troppo lucido. Come si può pensare che dei protoumani alle soglie di un conflitto distruttivo per il possesso di una preda, che si costituisce in oggetto centrale, dopo il differimento della violenza mediante il segno (concetto questo che io ritengo un vero colpo di genio di Gans), si trovino a spartirsi pacificamente la preda? Il passaggio è troppo repentino anche all’interno di una visione catastrofista. Spartizione significa parti. Le parti sono assegnate a ciascuno. Il pecking order degli animali non significa spartizione, ma consumo in successione, a turno, col più forte che mangia prima e di più. Il capo branco dei lupi non fa le parti. Il fare le parti è già pienamente umano. E’ anche per questo che io penso che l’oggetto centrale originario non sia una preda, ma una femmina. Che non può essere spartita, ma al cui possesso si può, almeno momentaneamente, rinunciare. Insomma, nella originary scene deve essere compreso un originary sex.
Lo stato di natura di Hobbes, come la crisi mimetica di Girard, oltrepassa l’autentico minimalismo quando suppone che i partecipanti abbandonino l’appetitivo per il “metafisico”, l’oggetto sostanziale del desiderio per l’essenza mimetica del desiderio stesso: entrambi i modelli di conseguenza finiscono per concentrare tutta l’attenzione sull’essere che è al centro – e conferirgli tutto il potere, che ciò avvenga per un atto di volontà comune o come risultato di immolazione e sacralizzazione. Quel che manca ad entrambi è il risultato economico: la soddisfazione degli appetiti individuali derivante dallo sparagmos sacrificale, in cui ogni membro della comunità riceve la sua porzione dell’oggetto centrale consumabile.
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Sebbene la sua posizione possa in prima istanza apparire ingenua nella negazione della potenza del desiderio mimetico che Hobbes aveva riconosciuto così lucidamente, quello che Locke comprende meglio di Hobbes è che il problema del desiderio mimetico non può essere affrontato e risolto frontalmente una volta per tutte, ma soltanto differito mediante l’attaccamento del desiderio ad oggetti appetitivi. Il futuro della società del mercato sta nell’espansione delle categorie di tali oggetti. (pp. 34 -35)