Romanzo breve di algida perfezione questo di Inoue Yasushi, Il fucile da caccia (Ryōjū, 1949, trad. it. G. Amitrano, Adelphi, Milano 2004). In realtà vi si parla ben poco sia di caccia che di fucile. La scena di caccia è soltanto il punto di partenza. Al narratore capita di essere colpito dalla figura di un uomo che vede salire sulle pendici di un monte, armato di fucile e preceduto da un setter bianco e nero
(una situazione in cui posso vedere me stesso, salvo che la mia doppietta non è una Churchill inglese, ma un’arma italiana, e la mia setter non era bianco-nera, ma nera focata, e ora ho una springer spaniel). Ispirato da questa visione, il narratore scrive una poesia e l’invia alla rivista L’amico del cacciatore, che la pubblica. Accade che gli giunga poi una lettera dell’ispiratore, del cacciatore, proprio quello, che vi si è riconosciuto. Questi, profondamente colpito dalla poesia, vi acclude, affidandole al narratore, anche tre lunghe lettere, che tre donne gli avevano scritte: la moglie, l’amante, e la figlia dell’amante. Ne esce il quadro (chiamarlo storia mi è un po’ difficile) triste e nitido di un amore trascorso, mortale. E io qui riporto la poesia, perché mi ha un po’, come dire, toccato.
Con una grossa pipa da marinaio in bocca, gli stivali ai piedi,e un setter che gli correva avanti,
l’uomo calpestava il terreno ghiacciato
salendo lento un sentiero erboso
sul monte Amagi, all’inizio d’inverno.
Venticinque cartucce nella cintura,
una giacca di pelle marrone bruciato,
e un fucile, un fucile da caccia,
un Churchill a doppia canna.
Cos’era a fare di lui un freddo guerriero,
armato d’acciaio bianco e splendente
per uccidere le creature?
In quel rapido incontro qualcosa
nell’alta figura del cacciatore di spalle
mi attrasse con forza inspiegabile.
Da quel giorno all’improvviso mi accade,
nelle stazioni delle città,
nelle strade affollate di notte,
di pensare: Ah, potessi camminare
anch’io come lui!
Con quel passo così lento, calmo,
freddo.
E ogni volta nei miei occhi chiusi
a fargli da sfondo non è il ghiacciato
paesaggio
del monte Amagi all’inizio d’inverno
ma il bianco alveo di un fiume desolato,
chissà dove.
Il suo fucile da caccia, lucido e splendente,
gli preme sul fianco
scavando nello spirito solitario, nella
carne solitaria
di quell’uomo di mezza età.
E una strana bellezza, umida di sangue,
emana da lui in quei momenti,
invisibile mentre punta il fucile sulle sue
prede.
Poche per me, quest’anno.

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