Aria pura si respira nelle pagine di Alessandro Spina. Anche in questo aureo libretto Conversazione in Piazza Sant’Anselmo e altri scritti (Morcelliana 2002), tutti consacrati alla relazione con Cristina Campo, ad una meditazione del senso della sua opera, con una luce riflessa, a saper intendere, su quella dello stesso Spina. Un testo contenuto in questo libretto è davvero mirabile: si tratta di una lezione tenuta nel 1999 a Venezia , dal titolo Invito alla lettura. Spina è controllatissimo, e si esprime con quella semplicità di secondo grado che è propria dei grandi spiriti. E proferisce giudizi micidiali, che io condivido in toto, sulla critica e la letteratura italiane del Novecento, giudizi che si possono estendere su quelle attuali, confuse e mediatizzate. La lezione di Cristina Campo diviene lezione di Spina. Con un’ampiezza di visione superiore e una pacata consapevolezza.
La Campo era estremamente esigente con se stessa, ma implicitamente lo era anche coi suoi lettori. Uno dei più comuni difetti del lettore, poco importa se giovane o d’età, è di essere esigente con l’autore senza esserlo con se stesso. Come è possibile a quel punto che sorga l’individuo, il demone, di cui tessiamo insieme l’elogio? L’autore ha diritto di esigere dal lettore la maggiore attenzione: a condizione tuttavia, ogni contratto ha clausole vincolanti per entrambi i contraenti, che offra poi qualcosa di adeguato all’attenzione richiesta.
Però il lettore che abbiamo descritto, esigente con l’autore, e poco con se stesso, cioè incapace di attenzione costante e su piani diversi, ha già superato lo stadio zero. Dove mettere invece colui che non richiede nessuna qualità autentica all’autore, che legge distratto? Nulla è più fastidioso dei periodici piagnistei sul fatto che in Italia si legge poco: basta dare un’occhiata alla lista dei best seller per invocare che si legga meno; per carità, ragazzi, piuttosto che leggere robaccia, fate una passeggiata nel bosco, non sarà solo il corpo a ricavarne profitto. (pp. 125 – 126)