Casamonica

casamonica-alemanno-2401Dunque occorre farla finita col pregiudizio per cui la Destra italiana sarebbe razzista, e in particolare ostile agli Zingari. La foto, risalente ad una famosa cena del 2010 in un centro di accoglienza, organizzata da Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno”, cena alla quale partecipò anche Giuliano Poletti, mostra un sorridente Alemanno in compagnia di Luciano Casamonica, cugino del boss Vittorio, del quale sono stati celebrati in gran pompa i funerali. Confermando tutto il mondo nell’altro pregiudizio, quello per cui in Italia tutto sarebbe mafia, e lo Stato nella sua essenza solo un conglomerato di altre mafie, tutte più o meno dialoganti tra loro. La mafia zingaro-romana dei Casamonica con la sua fastosa esibizione di forza ha dimostrato che al ritrarsi dello Stato moderno, o di quel che ne rimane, non corrisponde da noi l’emergere di una realtà sociale post-moderna, ma il precipitare nella socialità pre-moderna, in cui il rapporto essenziale non è quello tra l’individuo e lo Stato, ma quello tra il soggetto e il gruppo, con una serie di obbligazioni personali, riposanti in ultima istanza sul criterio del prestigio e della forza.

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Roma

Roma

Lungo più di 700 pagine, questo romanzo di Émile Zola (del 1896, questa versione italiana pubblicata dalle edizioni Bordeaux nel 2012 deriva da una traduzione del 1923, pubblicata nelle edizioni Sten, anonima: fatto singolare ma non tanto) è tante cose insieme: un atto di amore per l’Italia, una resa dei conti dell’autore con la Chiesa cattolica e il Papato, un atto di fiducia positivistico-modernistico nel futuro dell’umanità, la costruzione di un testo narrativo-argomentativo, e infine una vera e propria guida di Roma, che ci restituisce una grandiosa immagine della città negli ultimissimi anni dell’Ottocento. E c’è anche una storia di amore e veleno. Il protagonista è Pierre, un giovane prete intellettuale e modernista, reduce da un precedente viaggio a Lourdes (narrato nell’omonimo romanzo, subito messo all’Indice), che si reca a Roma per difendere un suo libro, nel quale auspica una rigenerazione del Cattolicesimo, una metamorfosi radicale che lo trasformi nella religione della democrazia. A Roma  Pierre, che finirà per trattenervisi per alcuni mesi, incontra personalmente Leone XIII, scopre gli intrighi della corte papale e i problemi del nuovo Regno d’Italia, e infine si convince di dover abbandonare ogni illusione circa la nuova religione del futuro: Cattolicesimo e Papato sono giunti alla fine del loro percorso storico. Una predizione fallace, sembrerebbe.

Nord e Sud

Leggo nel romanzo di Émile Zola Roma (1896):

«Dopo la vittoria, mentre il bottino era ancora caldo e palpitante, erano calati i lupi. Dopo i patrioti che avevano fatto l’Italia, la banda degli avventurieri accorreva al pasto, si avventava sul paese e se ne impinguava come una preda. […] faceva capolino il contrasto, ancora molto vivo, tra il Settentrione e il Mezzogiorno. Il Nord lavoratore ed economo, politico prudente, imbevuto delle grandi idee moderne; il Mezzogiorno baldanzoso, indolente, assetato di vita, tutto calore e colore, nell’attività ingenua e disordinata, come nella sonorità delle belle parole squillanti.»

Dunque: politica come predazione, carattere divergente di Sud e Nord.

Roma ladrona

La più immediata preoccupazione fu poi quella del denaro, e, a un esame circostanziato, il più giusto parve trarlo proprio di dove ne derivava la causa di scarsezza. Due miliardi e duecento milioni di sesterzi erano da Nerone stati sperperati in largizioni. Ne ordinò Galba il recupero presso ciascuno, ai singoli solo lasciando la decima parte dei donativi. Ma n’era a costoro rimasto si è no tal decimo, prodighi com’erano stati dell’altrui come già del proprio, ai più rapaci e ai più disperati restando non terreni o capitali, ma unicamente gli strumenti del vizio. Addetti al recupero furono trenta cavalieri, ufficio insolito, e per gli intrighi e per il numero di implicati gravoso. In ogni dove vendite all’incanto e compratori, e la città sconvolta dagli atti giudiziari. D’altronde era un’allegrezza da non dire vedere ridotti così al verde quelli da Nerone impinguati come i già prima da lui spogliati. Dimessi di carica furono in quei giorni i tribuni Antonio Tauro e Antonio Nasone delle coorti pretorie, Emilio Pacense delle urbane, Giulio Frontone dei vigili. Ma non valse il rimedio per gli altri, cominciato a insinuarsi il timore d’essere l’un dopo l’altro buttati fuori per una politica di paura, di sospetto contro tutti.

Tacito, Storie I, XX  (trad. F Mascialino, Zanichelli1983)