Vogliamo la verità!

12417511_982445308457736_1950511604102736113_nNel Vangelo secondo Giovanni (18, 38) Pilato, che di politica molto si intendeva, e il cui pensiero stava tutto dentro la politica, chiede a Gesù “Che cos’è la verità?”. Il Gesù giovanneo, solitamente eloquente, a questa domanda radicale non risponde.
Se la politica fosse il luogo della verità, avrebbe senso il “vogliamo la verità!” sull’omicidio Regeni. Come lo avrebbero tutti i “vogliamo la verità!” che in questi decenni si sono succeduti in Italia: sull’incidente di Ustica, sull’omicidio Moro, sulla strage dell’Italicus (e potrei continuare). Ma la politica non è il luogo della verità. La politica è il luogo del conflitto e della mediazione del conflitto.
Quando qualcuno, in genere collocato a sinistra, grida “vogliamo la verità!”, intende dire “vogliamo la verità che sappiamo già benissimo!”, perché è la verità del nemico, che il nemico nasconde, appunto perché è il nemico. L’emergere della verità, dunque, coincide con la sconfitta del nemico, ed è per questo che quella verità viene reclamata con tanta forza. L’ideale sarebbe il manifestarsi come incontrovertibile aletheia quella che la morte di Regeni è stata causata da funzionari della CIA e del Mossad: allora la fame di verità sarebbe saziata.
Il regime militare di Abdel-Fatah al-Sisi è avvertito come nemico, e questo è dovuto non alla sua natura spietata di per sé – il regime degli Ayatollah in Iran e quello saudita lo sono anche di più, gli oppositori in Cina sono spediti in galera e spariscono come in Egitto, ma contro di loro la mobilitazione di sinistra è sempre stata scarsissima – ma al fatto che non appare abbastanza nemico di Israele e dell’Occidente. Si tratta sempre della oicofobia di sinistra, ancorata al risentimento.