Stagioni

stern_stagioni«Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita.» Inizia così Stagioni di Mario Rigoni Stern (Einaudi, Torino 2006). E certo è un incipit che rimanda anche ai libri di questo grande vecchio, che recano il sigillo del Sergente nella neve. E già questo incipit ha nella sua breve misura il ritmo del libro intero, il ritmo di uno che cammina tra le montagne e nei boschi, il ritmo di un uomo saggio, di un antico cacciatore. È questo ritmo che colloca Rigoni Stern fuori dell’orbita della civiltà globalizzata (cui appartengono anche i contestatori vocianti della medesima).
Il mondo che queste pagine evocano non è quello di un eterno presente naturale, ma un mondo al passato, che si sa del tutto perduto, di cui rimangono solo pallide tracce, e qualche anziano testimone. Non v’è dubbio che allo sguardo di Rigoni Stern il mondo duro e faticoso della montagna di un tempo appaia essenzialmente diverso da quello di oggi, corrotto«Erano belle le sere estive con la luna sopra i tetti. Mi pareva di sentire le stelle e invece erano i grilli sui prati. Allora le voci del paese e della natura intorno, gli odori, i rumori, le nuvole e le luci avevano chiaro riferimento con la vita e seguivano le stagioni dei nostri giuochi e del lavoro degli uomini.» (p. 68)
Che la posizione di Rigoni Stern nel mondo attuale sia per certi versi analoga a quella di un sioux confinato in una riserva è rivelato con la maggior chiarezza in tutti i passi della sua opera (e anche di questo libro) in cui egli si presenta in veste di cacciatore. Qui la mia anima vibra con la sua. «Quando viene l’ottobre, con le sue piogge arrivano anche le beccacce che hanno lasciato i luoghi di nidificazione del Settentrione dove il terreno gela e il giorno è sempre più breve; sostano qui prima di raggiungere i luoghi dello sverno nel nostro Sud.  È il momento magico del bosco, dei silenzi, delle albe nebbiose, dei colori smorzati verde-bruno-giallo in tante tonalità che a tratti una luce misteriosa rende evidenti nel sottobosco pre-invernale. Certe volte ti fermi ad ascoltare il campanello e poi il trotto di un cane del cacciatore solitario che passa, si allontana e svanisce dentro il bosco.
Tra i possibili modi di cacciare, questo d’autunno – con la pioggia e con un cane in luoghi che ben conosci, con un fucile che senti tua continuazione, e l’ora e la stagione, e i ricordi che ti accompagnano – ti fa intensamente partecipare a un mondo che senti esclusivamente tuo, che ti aiuta a capire le stagioni della tua vita che nessuno mai potrà rubarti. »(p. 110)

In questo piccolo libro, che richiede una lettura lentissima, si trovano dei passi intensamente suggestivi, come il seguente, in cui uno dei narratori più anerotici della nostra tradizione recente dipinge con straordinaria levità il miracoloso apparire, mentre lui se ne sta appostato in attesa di una lepre, di una ragazza che da una casa sperduta scende al paese per la messa. La grazia femminile appare e scompare, e poi passa una capriola. Scena originaria, che ci proietta nella letteratura medievale, con una capacità di incanto inversamente proporzionale alla parsimonia dei mezzi letterari impiegati. (Materia di riflessione per schiere di giovani e non giovani narratori pieni di velleità).

«Per la valle, ora lontani ora vicini, ascoltavo i segugi sulle tracce dei lepri e le campane dei villaggi e le acque che scendevano dai nevai. Ero alla posta che mi avevano assegnato, aspettavo e mi sentivo come gli alberi, i cani, le lepri, gli uccelli: uno vivo nel mondo.
Un passo lieve venne dall’alto; vidi prima due piedi dentro due scarpe di pezza, poi, come avvallava, tutta la figura. Era una giovane donna che scendeva al paese per la messa domenicale. Rimase sorpresa nel vedere uno sconosciuto in posta di caccia dove solitamente incontrava un compaesano, ma pur io ero sorpreso per l’apparizione, perché non credevo che sopra il maso dov’ero passato ce ne fosse un altro: lassù la montagna era inospitale. La donna, passandomi accanto, mi diede il saluto dei cacciatori, sorridendo, e io sorridendo risposi.
Così com’era apparsa, spari alla mia vista con passi agili sulle pietre del sentiero.
Dopo vennero gli scoiattoli; si divertivano a inseguirsi dai rami a terra, poi lungo i tronchi, fra i rami. Passò anche una capriola e mi guardò muovendo le orecchie e poi s’incamminò tranquilla. » (p. 121)

 

Il cantore dell’epopea popolare e democratica degli alpini

  di Eros Barone 

   La figura di Mario Rigoni Stern, scrittore di Asiago morto nel 2008 all’età di 86 anni, è legata indissolubilmente a quel capolavoro della narrativa basata sulle memorie di guerra, che è “Il sergente nella neve” (sottotitolo: “Ricordi della ritirata di Russia”). Il racconto, scritto tra il 1944 e il 1945 e pubblicato nel 1953, si divide in due parti, “Il caposaldo” e “La sacca”, e narra  le vicende dell’autore, sottufficiale degli alpini, impegnato sul fronte russo e successivamente nella terribile ritirata dell’inverno 1942-1943. La prima parte descrive la guerra di posizione, scandita dai riti caratteristici della vita militare: il rancio, la posta, gli sfoghi nostalgici tra i commilitoni sui paesi di provenienza, il cameratismo, la pulizia delle armi. Spiccano i volti di tanti compagni che via via si andranno sempre più assottigliando, ognuno còlto in un particolare atteggiamento o attraverso un’espressione dialettale, come Giuanin, la cui ricorrente domanda: “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”, è il ‘Leitmotiv’ del libro. In questa parte del racconto, accanto alle descrizione del paesaggio, la pianura russa dominata dal “Generale inverno”, più severo e incombente che mai, prendono spesso risalto squarci di altre realtà, come quella lontana e familiare delle vallate alpine e quella della stessa terra russa, quale si indovina sotto il manto uniforme della neve, e tanto simile all’altra nel mondo contadino che la pòpola. Quando giunge l’ordine della ritirata, quel microcosmo militare fatto di cose povere e di sentimenti semplici diviene quasi oggetto di un assurdo rimpianto: “Dalla trincea sentivo i passi degli alpini che si allontanavano. Erano vuote le tane. Sulla paglia che una volta era il tetto di un’isba giacevano calze sporche, pacchetti vuoti di sigarette, cucchiai, lettere sgualcite: sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fiori, fidanzati, paesi di montagna e bambini”. Continua a leggere