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“Hai finito per calpestarla” disse. “Avrei dovuto avvertirti, stava sul tappeto e forse era malata. Ma non volevo interromperti. Forse ero solo curioso di vedere se la scampava o no. Adesso, vedi, mi sto anche un po’ interessando – comprensibilmente – alla durata della vita altrui…”. Posò l’ape in un posacenere. ” E’ morta,” disse “sebbene l’estate sia appena incominciata. Sui fiori dei prati non potrà più andare, né sulle spalliere su cui batte il sole. Non tornerà più alle malve su cui era abituata a volare, né sul phlox quando è in fiore. Che anche i fiori fioriscano per niente! Che anche l’estate, all’apparenza eterna, finisca! Un giorno, quando si farà nuvolo, lo stagno si coprirà d’argento e le sue minuscole onde offuscheranno lo specchio di un mondo che non è più, e i suoi giunchi sussurreranno i nomi di tutti quelli che non saranno più. Che tristezza non ritornare più, mai più! E che anche gli amanti, ahimè, non possano ritornare, nemmeno loro! Loro che pure vivono l’uno per l’altra – prima per giorni, poi per settimane, infine per anni. E credono che sia per sempre. Eppure sopraggiunge poi l’ultimo istante. Si lasciano, e forse pensano ancora di lasciarsi come altre volte solo per poco tempo. Invece è per sempre. I cammini che erano abituati a percorrere li aspettano invano, e le stanze dove si incontravano restano vuote come spazi vuoti. Due mani si congiungono ancora, ma in quell’istante la mano dell’uno dista più delle stelle più remote, e le lagrime che vi gocciolano sopra, cadono nell’eternità”.

(Il tenente Siverstolpe a pag.145 del romanzo di Alexander Lernet – Holenia Due Sicilie, 1942, Adelphi 2017)

Lo stendardo

Lo stendardcopo (Die Standarte 1934, trad. it. di E. Dell’Anna Ciancia, Adelphi, 2014) è un romanzo di Alexander Lernet-Holenia, in cui una storia d’amore romantica fin nel ruolo sociale dei protagonisti (un alfiere, una giovane donna di corte) è incastonata nel crollo del fronte balcanico del novembre 1918 e nel disfacimento dell’Impero Austro-Ungarico. C’è un artificio classico: quello del narratore che si imbatte in un personaggio (qui l’alfiere Menis) il quale finisce per narrare la propria storia. La storia di Menis, narrata 10 anni dopo gli eventi, è quella del suo amore, nato miracolosamente a Belgrado nel caos dei giorni finali del conflitto, e dello stendardo del suo reggimento di cavalleria, l’insegna in cui sembra coagularsi e terminare la storia stessa dell’Impero. La scena culminante del romanzo è quella dell’ammuntinamento dei reggimenti sul Danubio, quando le varie nazionalità si separano, e ognuno vuole tornare a casa: Ruteni, Rumeni, Cechi, Slovacchi, Italiani, Polacchi non intendono più combattere e morire per un Impero che non sentono più come un valore supremo. E sul reggimento dell’alfiere Menis, che si rifiuta di muovere, un altro reggimento composto solo di tedeschi, l’unico ligio agli ordini, apre il fuoco. Così lo stendardo si trova in una situazione assurda, degna di rappresentare la Finis Austriae nel modo più coerente: «Lo stendardo schioccava in quell’uragano di piombo, e per un attimo ebbi l’impressione che non fosse Lott a porgermelo ma Hackenberg. Infatti i visi di entrambi scomparvero nello stesso momento: avevo appena afferrato l’asta rivestita di velluto, quando un colpo fece cadere da cavallo il caporale. Ma io quasi non me ne resi conto. Ora tenevo lo stendardo. Intorno a me le vite umane si disperdevano come pula al vento, ma io tenevo lo stendardo. Intorno a me c’era l’inferno, ma io tenevo lo stendardo. E tosto compresi che fin dal primo momento in cui l’avevo visto ero stato sicuro che sarebbe toccato a me. Lo ricevevo nello stesso istante in cui il reggimento, di cui esso era simbolo, aveva cessato di esistere, ma io tenevo in pugno lo stendardo!»
Storia di un tempo altro, di sentimenti tramontati da lungo tempo: quali sono i suoi elementi di interesse? Perché indubbiamente il lettore è preso dalla narrazione, anche se è molto lontano dal rimpianto di passati imperi, di antichi usi militari, di ulani, ussari e dragoni, e se vede la guerra mondiale come un assurdo macello. L’interesse è dato dal fascino  che promana dai momenti di crisi e di sfacelo. E il tramonto dell’Europa orientale asburgica nel 1918 continua a sussurrare alle orecchie degli Europei di oggi. E, del resto, anche oggi la scommessa della felicità personale su uno sfondo cupo, come quella di Resa Lang e dell’alfiere Menis, rimane un elemento della realtà, un elemento della vita possibile. Mentre in tutto l’Occidente si manifesta, abissale, l’assenza di uno Stendardo paragonabile a quello che l’alfiere di Lernet-Holenia cerca disperatamente di conservare.

Il venti di luglio

Sono tre racconti di Alexander Lernet-Holenia tradotti per Adelphi da E. Dell’Anna Ciancia (2008). Il terzo racconto, Il dio cieco, molto breve, è un capolavoro assoluto. Narra la triste storia di un cane guida per ciechi, che la perversione di colui cui ha totalmente dedicato la sua vita di animale priva di ogni fiducia nel genere umano, fino a condurlo ad un’amarissima fine. Siamo nel decennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale, e lo sfondo conferisce al racconto una potente forza simbolica. Continua a leggere