Due di Stefánsson

stef1stef2I pesci non hanno gambe (Fiskarnir hafa enga fætur, 2013, trad. it. di S. Cosimini, Iperborea 2015) e Grande come l’universo (Eitthvað á stærð við alheiminn, 2015, tradotto anch’esso da S. Cosimini, Iperborea 2016) sono un unico grande romanzo in due parti. Nella galleria di personaggi, con tre generazioni di islandesi uomini e donne, e molte storie che si intrecciano in un continuo farsi presente qui e ora di ogni vicenda, si erge un protagonista, la cui anima è esplorata fino in fondo. Ma da chi? perché l’amico che narra anche i particolari più intimi e minuti non è l’autore onnisciente, e nemmeno una pura voce narrante, ma è un vero personaggio. La sua natura, tuttavia, è sfuggente e fantasmatica, e ci vorranno più di ottocento pagine per una conclusione sulla sua identità. Problematica, però, come il senso stesso della vita. Jón Kalman Stefánsson si conferma qui un narratore robusto, dalla forte presa: per quanto l’Islanda sia una terra diversa da ogni altra terra d’Europa,  e tra un italiano e un islandese la distanza sia grande, lo scrittore la fa scomparire. Ma è solo merito suo, o non sarà effetto della globalizzazione, in forza della quale differenze una volta sostanziali diventano piccole increspature di una tela monocolore?

Contro Autism Speaks

Avatar di Fabio BrottoProautismo

sparrow_edgedQuesto articolo di Unstrange Mind (pseudonimo di Sparrow Rose Jones), di cui pubblico qui la traduzione, mi pare molto importante per più di un motivo. Anzitutto perché, denunciando e smascherando i veri scopi dell’azione di Autism Speaks, una delle più note organizzazioni che nel mondo si occupano di autismo, espone i pericoli che siffatti organismi spesso rappresentano per le cause che dovrebbero promuovere, soprattutto nel momento in cui la raccolta fondi si impone attraverso campagne mediatiche e tende a divenire la ragion stessa di essere dell’organizzazione. Della serie non tutto è oro quel che luccica. E in Autism Speaks tutto luccica, e forse anche nella nostra penisola non mancano associazioni e fondazioni in cui lo scintillìo superficiale copre l’inconsistenza dell’azione e il prevalere delle ragioni del mero fundraising. Ma, in secondo luogo, l’articolo è importante perché Unstrange Mind, una persona che è, come si usa dire oggi, nello…

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La libertà e i suoi traditori

berlinlibt

Isaiah Berlin, La libertà e i suoi traditori (Freedom and Its Betrayal. Six enemies of human liberty, 2002, trad. it. di G. Ferrara degli Uberti, Adelphi 2005). I sei nemici della libertà di cui qui si parla sono Helvétius, Rousseau, Fichte, Hegel, Saint-Simon e De Maistre. Ma la lista dei nemici della libertà è quasi infinita.

Ci sono sempre stati coloro che preferiscono essere al sicuro in una solida struttura, trovare il loro giusto, stabile posto entro un qualche sistema rigido, piuttosto che essere liberi. A costoro  Hegel dice una parola di conforto. Ciò nondimeno, nel fondo questa è una gigantesca confusione, un’identificazione (storicamente fatale) della libertà quale noi l’intendiamo con la sicurezza, ossia il senso di appartenere a un certo luogo (l’unico possibile) in cui siamo protetti contro gli ostacoli perché siamo in grado di prevederli tutti. Ma non è questo che chiamiamo libertà, benché possa magari essere una forma di saggezza, di perspicacia, di fedeltà, di felicità, di santità. L’essenza della libertà è sempre stata nella capacità di scegliere come desideriamo scegliere, per l’unica ragione che questo è il nostro desiderio, senza subire coercizioni o prepotenze, senza venire inghiottiti in un qualche immenso sistema; e nel diritto di opporsi, di essere impopolari, di difendere le nostre convinzioni solo perché sono le nostre convinzioni. È questa la vera libertà, e senza di essa non esiste nessuna specie di libertà, e anzi neppure l’illusione della libertà. (p. 166)

Tontha

thesan_p“Si dice che a Veio vi fosse un importante santuario dedicato alla dea che gli Etruschi chiamavano Tontha, la quale essi pensavano elargisse agli uomini la stupidità, virtù o manchevolezza, o piuttosto direi manchevolezza virtuosa, la quale credevano indispensabile fondamento di ogni ordine civile. Ancora oggi, noi possiamo concordare con i Veienti, osservando come siano molti coloro che abbracciano le idee più strane, allontanandosi dalla realtà e, credendosi infinitamente più intelligenti e virtuosi di quanto essi siano, aspirano al senato e ad alte cariche poiché si ritengono idonei a guidare e amministrare città e province. Quando Furio Camillo prese Veio, uno dei primi ordini che diede fu quello di distruggere il tempio di Tontha e, contrariamente alle consuetudini romane, di bruciarne la statua. Ma questo a poco valse, poiché constatiamo coi nostri occhi come Roma e l’impero tutto siano percorsi e devastati dalla stupidità.”

Aulo Gellio, Le notti attiche (Noctes Acticae) I, 15

Obstative Autism

ostatIn questo libro, il prof. Hans Lunpenprol, del dipartimento di psicologia della Grousehunting University del Maine, elabora la categoria di autismo ostativo, sotto la quale comprende, in ordine di gravità, le forme di autismo in cui i familiari della persona autistica sono impediti in parte o del tutto nello svolgimento delle loro attività, non tanto per un atteggiamento di volta in volta oppositivo dell’autistico stesso a questo o quello, ma per la stessa natura della forma di autismo in questione, che impedisce quasi tutto quello che non sia sorveglianza, assistenza e cura del familiare autistico, e blocca la famiglia in una condizione di stress permanente, e ai suoi membri impedisce una qualsiasi realizzazione personale .

Paganus sum

epicuroἨκούσατε ὅτι ἐρρέθη· Ὀφθαλμὸν ἀντὶ ὀφθαλμοῦ καὶ ὀδόντα ἀντὶ ὀδόντος. ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν μὴ ἀντιστῆναι τῷ πονηρῷ· ἀλλ’ ὅστις σε ῥαπίζει εἰς τὴν δεξιὰν σιαγόνα, στρέψον αὐτῷ καὶ τὴν ἄλλην· καὶ τῷ θέλοντί σοι κριθῆναι καὶ τὸν χιτῶνά σου λαβεῖν, ἄφες αὐτῷ καὶ τὸ ἱμάτιον·
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. (Matteo 5, 38-40)

Chissà se i moderni cristiani pensano anche loro, come molti contemporanei di Gesù, che il Maestro fosse un pazzo. Per quel che mi riguarda, fin da quando, diciannovenne, lessi la ponderosa Dogmatica Cattolica di Michael Schmaus, mi sono chiesto se la differenza sostanziale tra un buon pagano e un buon cristiano che va a messa la domenica, e per il resto fa tutto quello che fanno gli altri, stia o non stia in una sfuggente e inafferrabile fede. Ora penso che non stia da nessuna parte, o meglio che l’essere cristiani secondo le richieste dell’evangelo sia impossibile. Riconoscere il proprio paganesimo è la cosa più onesta. Paganus sum.

La strada interrotta

fermorstLa strada interrotta (The Broken Road. From the Iron Gates to Mount Athos, 2013, trad. it. di J. M. Colucci, Adelphi 2015). Il terzo libro del viaggio di Fermor si interrompe a metà di una frase. L’autore ormai vecchio e vicino alla morte non riesce a concludere la sua meravigliosa rievocazione di eventi e persone lontani nel tempo. L’immane lavoro dei curatori produce infine un testo che è lontano dallo splendore dei primi due, Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua, ma che riesce ancora a comunicare qualcosa di molto fermoriano.

Non che sia importante, ma è strano come la memoria possa essere tanto evasiva riguardo ai volti e alle scene di questo memorabile incontro e appaia invece così cristallina riguardo a dettagli irrilevanti: per esempio, l’ombra verde della vite all’esterno e, sulle lastre del selciato, il gioco casuale di stelle e diamanti creato dalla luce; e il fatto che poco dopo ci fossimo seduti sotto un enorme platano a parlare delle Fleurs du mal. Solo occasionalmente ci si rende conto della cruciale importanza di un processo appena iniziato: che, cioè, quei particolari dipinti, poemi, generi musicali, libri o idee stanno per cambiare ogni cosa, o magari ci si sta per innamorare o si sta stringendo l’amicizia della vita; sono questi i molti, lunghi fili che, intrecciati assieme, compongono un’esistenza. Ci si aspetterebbe di sentire lo sparo attutito di un segnale di partenza. L’intero viaggio fu punteggiato di questi impercettibili scoppi: aurore velate ed epifanie in abiti borghesi. (p. 57)

H is for Hawk

18803640Non ho mai fatto volare un falco dal mio pugno, né richiamato a me un lanario o un pellegrino roteando un logoro, ma in passato avrei molto desiderato praticare la falconeria. Ma sono vissuto in luoghi non adatti, e non ho mai avuto un maestro nell’arte, e in verità non ho mai avuto alcun vero maestro in nulla, né per la caccia né per la pesca né per altre espressioni dello spirito, un misero autodidatta. Ma mi sono sempre interessato ai falchi, il cui destino nella Padania degli anni Settanta sembrava segnato dai pesticidi e dalle fucilate a protezione della selvaggina, e che ora sono in ripresa: ne vedo continuamente nella campagna trevigiana e addirittura dentro la città di Treviso. Giorni fa, durante una passeggiata in periferia ho visto uno sparviero volare tra gli alberi a pochi metri da terra, lungo un piccolo corso d’acqua. Lo sparviero è un rapace, ma non è un falco: appartiene al genere accipiter (nome latino della specie è accipiter nisus). Lo sparviero è piccolo, sembra una miniatura dell’astore (accipiter gentilis), che in inglese si dice goshawk, un rapace diffuso nel mondo con alcune sottospecie, e che ama il folto dei boschi, abilissimo nel volare a bassissima quota tra ostacoli di ogni genere, e potentissimo: riesce a uccidere anche le lepri. Ne ho visti, per pochi istanti, solo un paio in tutta la mia vita. E un astore (una femmina, tra i rapaci la femmina è più grande, forte e aggressiva del maschio), di nome Mabel, è la protagonista del libro di Helen Macdonald H is for Hawk (Jonathan Cape 2014), che io ho letto nell’edizione originale ma che è disponibile anche in italiano col titolo Io e Mabel (da Rusconi). 41JCk3A33IL._SX311_BO1,204,203,200_L’ho letto in inglese per diffidenza verso i traduttori italiani quando affrontano temi legati alla caccia, alla natura selvaggia e agli animali: se sono letterati senza conoscenze naturalistiche serie, come spesso capita, le traduzioni non mi soddisfano.
Ma cos’è questo libro? Un romanzo? Forse, ma un romanzo verità, un romanzo-analisi, un diario romanzato, una discesa nell’anima enfatizzata dalla letteratura… Quel che è certo è che questa ricostruzione di lunghi mesi di convivenza con una femmina di astore, una creatura naturalmente, per ragioni biologiche di specie, bisognosa di prede, di sangue caldo e di carne strappata col becco affilato, è una vera e propria discesa nell’abisso, con risalita finale. Una discesa nell’abisso accompagnata e contrappuntata da un continuo confronto con la tragica figura di T.H. White, uno studioso e scrittore dalla vita assai difficile, che si era negli anni Trenta dato alla falconeria e aveva con scarso successo tentato di addestrare un astore, raccontandone in un suo libro. whitegosWhite, destinato a diventare famoso per il suo La spada nella roccia, è una presenza forte in tutto il libro della Macdonald, ma non c’è da stupirsene più di tanto: benché entrambi strani e marginali (ma fino ad un certo punto), i due appartengono parimenti al mondo accademico britannico. Il secondo polo del libro, e non per importanza, è rappresentato dalla figura paterna, il fotografo e osservatore attento della realtà Alisdair Macdonald, la cui morte improvvisa la scaglia in un tunnel senza uscita, dal quale cerca di emergere insieme a Mabel, il rapace, allontanandosi dalla vita umana per vivere selvaggiamente, adattandosi ai bisogni dell’astore, vivendo una vita accipitrina, tra gli alberi, i conigli, i fagiani, la carne calda e il sangue che sgorga. Perché gli astori non sono come i nobili falchi di alto rango come il pellegrino e il girifalco, che volano alti e colpiscono la preda uccidendola sul colpo: l’astore vola basso tra alberi e i cespugli, afferra la preda con le dita armate di lunghi artigli acuminati, e subito inizia a mangiare, mentre ancora l’animale catturato non è morto. Per questo veniva considerato crudele e sanguinario, e disprezzato dai nobiluomini e usati da persone di basso lignaggio, nel mondo di una volta. Ma questo è un modo puramente umano di vedere le cose.
H is for Hawk è un libro molto più complesso e articolato di quanto si possa pensare, le pagine su White potrebbero essere viste come uno straordinario saggio a sé stante se fossero estratte e collazionate, e la forza narrativa è davvero potente, la carne e il sangue si sentono, e anche gli abissi nichilistici di uno spirito che ad un certo punto pare sprofondare nella depressione. Riporto due brevi passi, in cui si evidenzia il cuore del problema dell’umano che per sfuggire al vuoto si immerge nel non-umano.

The hawk was a fire that burned my hurts away. There could be no regret or mourning in her. No past or future. She lived in the present only, and that was my refuge. My flight from death was on her barred and beating wings. But I had forgotten that the puzzle that was death was caught up in the hawk, and I was caught up in it too. (p. 160)

Hunting with the hawk took me to the very edge of being a human. Then it took me past that place to somewhere I wasn’t human at all. The hawk in flight, me running after her, the land and the air a pattern of deep and curving detail, sufficient to block out anything like the past or the future, so that the only thing that mattered were the next thirty seconds. I felt the curt left of autumn breeze over the hill’s round brow, and the need to tack left, to fall over the leeward slope to where the rabbits were. I crept and walked and ran. I crouched. I looked. I saw more than I’d ever seen. The world gathered around me. It made absolute sense. But the only things I knew were hawkish things, and the lines that drew me across the landscape were the lines that drew the hawk: hunger, desire, fascination, the need to find and fly and kill. (p. 195)

In un certo senso, questo libro racconta la storia di una lunga e durissima tardiva iniziazione alla vita pienamente umana. Dall’abisso si risale, si contempla la realtà del mondo e degli animali come i falchi e gli astori da una prospettiva differente: occorre mantenerli nella loro alterità, poiché confondere l’umano nel non-umano è un male sia per l’umano che per il non-umano. Perché Goshawks are things of death and blood and gore, but they are not excuses for atrocities. Their inhumanity is to be treasured because what they do has nothing to do with us at all. (p. 275)