Is Nature Enough? 2

ex-libris_thumbnail2

Questo è il libro di un teologo. Un teologo che da anni dialoga con la scienza e studia i caratteri dello scientismo contemporaneo. Haught tuttavia in questo libro non fa teologia nel senso di svolgere un ragionamento che parta dalla Rivelazione (secondo lo statuto della teologia cristiana qual è comunemente intesa), ma fa pura filosofia, ovvero si sforza di usare la ragione nel modo più critico e radicale che le risulti possibile. Poiché filosofare significa anzitutto porre le questioni ultime, portando la ragione fin dove può giungere, e non sottraendo nulla alla messa in questione, alla problematicità radicale. I suoi punti di riferimento espliciti sono Henri Bergson, Michael Polanyi, Alfred North Whitehead, Bernard Lonergan e Pierre Teilhard de Chardin. Continua a leggere

Is Nature Enough? 1

ex-libris_thumbnail2

Questo libro esaminerà la tesi secondo cui tutto quello che esiste è solo la natura, e per comprenderlo basta la scienza. Il libro si chiederà specialmente se il naturalismo scientifico sia razionalmente coerente. Voglio sottolineare, tuttavia, che il naturalismo scientifico non è affatto la stessa cosa che la scienza. La scienza è un modo fruttuoso ma autolimitantesi di apprendere alcune cose circa il mondo, mentre il naturalismo scientifico è una visione del mondo che oltrepassa di gran lunga la conoscenza verificabile, insistendo sull’adeguatezza esplicativa del metodo scientifico. (p.6)

ha

(John F. Haught, Is Nature Enough? – Meaning and Truth in the Age of Science, Cambridge University Press, New York 2006)

Rileggo Simone Weil 43

weilquaderni

Solo Israele ha resistito, in senso religioso, a Roma, perché il suo Dio benché immateriale era un sovrano temporale, al livello dell’imperatore; ed è grazie a questo (rovesciamento) che il cristianesimo ha potuto nascere là. Elezione, se si vuole, in questo senso. La religione d’Israele non era abbastanza elevata da essere fragile, e grazie a tale solidità ha potuto proteggere la prima crescita di ciò che è più elevato. (II, 183 – 184)
Continua a leggere

34 specie

zab

Quando siedo alla scrivania del mio studio, davanti allo schermo del PC, mi basta volgere lo sguardo a sinistra e dalla finestra vedo alberi e case, e la linea ferroviaria che passa a poche decine di metri. Vivo alla periferia di Treviso. C’è anche un fossatello che scorre tra la mia casa e i binari, e al di là dei binari il Limbraga e un altro fiumiciattolo a poca distanza l’uno dall’altro. Non lontano, un affluente del Sile, lo Storga, che dà il nome all’omonimo parco. Vedo passare a volo radente una poiana, che va ad appollaiarsi su un albero non molto alto. Penso al numero delle specie di uccelli che posso vedere dalla mia finestra. Sono molte. Provo a enumerarle. Continua a leggere

Guerra

zab1

Scrive Clausewitz.

La guerra […] rassomiglia al camaleonte perché cambia natura in ogni caso concreto.

In questioni così pericolose come la guerra, sono […] gli errori risultanti da bontà d’animo quelli maggiormente perniciosi.

Poiché la guerra non è un atto di pressione cieca, anzi, lo scopo politico è in essa predominante, è il valore di questo scopo che deve servire di misura alla grandezza dei sacrifici cui siamo disposti ad assoggettarci. Continua a leggere

Nuovo modo di pensare?

zab

Su Anthropoetics si può leggere un articolo di Eric Gans, nel quale presentando i testi delle relazioni svolte dai partecipanti al GATE 2007, il creatore dell’antropologia generativa ritorna sulla natura di questa come nuovo modo di pensare. Si tratta, a mio giudizio, di una questione estremamente problematica. http://www.anthropoetics.ucla.edu/ap1302/1302gans.htm Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 41

weilquaderni

Solo Israele ha resistito, in senso religioso, a Roma, perché il suo Dio benché immateriale era un sovrano temporale, al livello dell’imperatore; ed è grazie a questo (rovesciamento) che il cristianesimo ha potuto nascere là. Elezione, se si vuole, in questo senso. La religione d’Israele non era abbastanza elevata da essere fragile, e grazie a tale solidità ha potuto proteggere la prima crescita di ciò che è il più elevato.
(Nell’ordine delle condizioni di esistenza, il bene produce il male, e il male il bene; ma a partire da meccanismi determinati). (II, 183-184) Continua a leggere

I Greci e l’irrazionale

ex-libris_thumbnail2

Dunque né Protagora né Socrate corrispondono esattamente al concetto popolare moderno di razionalista greco. Quel che a noi sembra strano è che ambedue mettono da parte tanto facilmente il contributo delle emozioni nel determinare la condotta umana normale. E sappiamo da Platone che anche i suoi contemporanei lo trovavano strano ; su questo punto c’era una frattura netta fra gli intellettuali e l’uomo comune. «Quasi tutti, dice Socrate, non vedono la conoscenza come una forza (ισχυρóν), e tanto meno come una forza dominante, direttiva ; credono che spesso un uomo possa possedere la conoscenza ed essere governato da altre cose : una volta dall’ira, un’altra volta dal piacere o dal dolore, talvolta dall’amore, molto spesso dalla paura; la conoscenza la immaginano, in realtà, come uno schiavo, bistrattato da tutte queste cose ». Protagora ammette che questa è l’opinione corrente, ma ritiene che non meriti una discussione, perché « la gente comune direbbe qualunque cosa ». Socrate, che invece la discute, spiega quest’opinione traducendola in termini intellettuali: la prossimità di un piacere o di un dolore immediato porta a falsi giudizi, analoghi agli errori di prospettiva visiva ; un’aritmetica morale scientifica correggerebbe questi errori.

Eric R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale (The Greeks and the Irrational,  trad. di V. Vacca De Bosis, La Nuova Italia 1978, pp. 221 – 222). Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 40

weilquaderni

L’obbedienza a Dio, vale a dire, nella misura in cui non possiamo concepire, immaginare, né rappresentarci Dio, al nulla. Questo è allo stesso tempo impossibile e necessario – in altri termini soprannaturale.

La religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede, e in questo senso l’ateismo è una purificazione. (pp. 164 -165) Continua a leggere

Dike

ex-libris_thumbnail2

La debolezza del pensiero attuale si verifica anche in questo, nella sua assoluta incapacità di porre la relazione tra arte (letteratura in primis) e giustizia. Poiché l’artista moderno è fondamentalmente un apostata, un rinunciatario o un velleitario servo delle emozioni (ovvero della parte bassa dell’umano), egli si pensa come uno scuotitore della società, un ribelle o un anarca, mai come uno che debba rappresentare la giustizia come virtù dell’anima. Etica ed arte sono scisse concettualmente da secoli, e coincidono talvolta solo per accidens. Ma questo non può che accadere necessariamente, nel momento in cui il sistema culturale di riferimento si intende come fluido, mutevole, incostante, ed è diffusa universalmente la convinzione dell’arbitrarietà, convenzionalità e relatività delle tavole dei valori. Il valore etico di un comportamento e di un’azione può essere misurato solo in rapporto ad una legge intesa come assoluta (in quanto libera dal flusso caotico degli eventi e delle passioni), da cui le norme positive attingono forza. Nel momento in cui quell’assolutezza diviene impensabile, allora restano solo le pretese della singolarità, le brame del soggetto, e infine il mero prevalere della forza. Come si vede nell’Italia contemporanea. Continua a leggere