Per tutti gli anni Sessanta, a Venezia, ho avuto a disposizione poche specie di formiche, e in fondo non troppo interessanti: tetramorium caespitum, pheidole pallidula, lasius mixtus. Ma durante le vacanze estive in montagna tutto cambiava, e la mia attenzione era quasi interamente riservata alla formica sanguinea e alla formica lugubris: due specie guerriere, numerose e potenti. Qualche giorno fa, sulle Prealpi trevigiane, ai margini del bosco mi sono imbattuto in alcuni acervi di formica lugubris, e mi sono ricordato di quei tempi lontani, quando introducevo il braccio nudo nel gran mucchio di aghi di pino, e lo ritraevo coperto di piccole guerriere inferocite e odoroso di acido formico. Odore familiare, intermittenza del cuore.
IMAGINES
CZ 125
Da buon veneziano, presi la patente tardi, nel 1975, a 24 anni. E il mio primo mezzo di trasporto fu una moto, quella che si vede in questa foto, scattata con una Kodak Instamatic nel luglio del 1976: una CZ cecoslovacca, la moto più economica che allora si potesse acquistare in Italia. Non potevo viaggiare in autostrada, perché aveva solo 125 cc di cilindrata. Bicilindrica a miscela, rumorosa e abbastanza puzzolente. Le scattai questa foto durante una sosta dalle parti di Ferrara. Ero partito all’alba alla volta dell’Argentario, da solo e con la moto stracarica (tenda canadese, materassino gonfiabile, sacco a pelo, ecc.). Feci il passo di Raticosa. Arrivai verso sera alla meta, col sedere indolenzito. L’anno dopo mi comprai una Fiat 126, e passai la moto a mio fratello, che non la trattò molto bene, sicché ebbe breve vita, poveretta.
Vespe
Cacce sottili nel giardino di casa: sui fiori di lavanda una piccola vespa (una dolichovespula di un qualche tipo, penso).
Il mio primo incontro ravvicinato con le vespe avvenne nel lontano 1964, in montagna nei boschi di Caviola. Cercavo formiche e coleotteri sollevando cortecce dei ceppi degli abeti tagliati, e incappai in un nido di vespe, che mi aggredirono immediatamente. Avevo i calzoncini corti (di velluto a coste) e mi presi dodici punture. I miei genitori al mio ritorno si dimostrarono stranamente terrorizzati, e ne rimasi stupito, perché io sentivo un gran dolore ma pensavo che mi sarebbe passato presto. Così venni a sapere che mio padre era violentemente allergico alla puntura delle vespe, e se punto anche solo da uno di questi insetti rischiava la morte per la reazione anafilattica, e tutte le volte che lo avevano punto era svenuto. Perciò i miei temevano che io potessi aver ereditato l’allergia, e quindi potessi morire da un momento all’altro (mio padre con dodici punture sarebbe morto). Invece non sono allergico al veleno delle vespe, delle formiche e delle tracine, e di altri insetti e creature come ragni e ragnetti che mi hanno punto. Sono bensì allergico a qualcosa: alle cozze e alle graminacee, e ad alcuni tipi umani.
Né l’episodio di Caviola ha ingenerato in me alcun odio o repulsione per le vespe, anzi: ne sono un ammiratore.
Purtroppo, ogni tanto devo ucciderne, quando mi fanno un nido sul muro di casa, ad esempio. Stasera dovrò usare l’arma chimica contro i calabroni che si sono insediati in casa mia. Non è possibile aprire una trattativa, purtroppo: la dichiarazione di guerra è già stata consegnata ai loro ambasciatori.
Colombacci 2
Colombacci
Rimasi stupito nel 1971, a Londra, vedendo colombacci a passeggio sull’erba nei parchi, senza alcun timore degli umani. Non ne avevo mai incontrati, nella campagna veneta. Da qualche anno alcuni gruppi di questi migratori sono divenuti stanziali, e dalle mie parti è abbastanza facile incontrarne. Anche vicino a casa mia. L’altro giorno ho potuto fotografarne uno da pochi metri di distanza, posato dentro le fronzutissime chiome del mio olmo. Sono uccelli molto eleganti: dorso azzurrognolo, petto color vinaccia, collare bianco e banda bianca sull’ala, che li rende facilmente riconoscibili. Se li confrontiamo coi piccioni cittadini, questi colombi selvatici ci appaiono come eleganti nobili di campagna ben distinti dalla plebe urbana.
Melitaea
Papavero
Il tempo della fioritura è breve, suggerisce la contemplazione di un papavero. C’è l’espansione della vita e c’è il suo ritrarsi. Conosco pochi umani che sappiano rappresentarsi serenamente il ritrarsi della propria vita. Conosco pochi umani che contemplando un papavero vedano se stessi.
Risponde al sole l’immagine fugace,
si ritrarrà dal libro dei presenti
la memoria che reggi tu, lo stelo,
astro d’amor che si soave ardi.
Il ladro della guerra e della pace,
l’ospite, si annida e tu lo senti
falco delle tue brame, la tua notte,
pietra delle faville e dei tormenti.
Gorgoglioni
Natale 1958: vista la mia passione per gli insetti, i miei mi regalarono una lente. La usai per molti anni, per guardare il mondo piccolo, specialmente durante i due mesi di villeggiatura estiva in montagna. Ricordo che le prime creature viventi che osservai con quella lente furono, nella primavera del 1959, degli afidi su di una piantina di fiori che ornava il terrazzino della nostra casa a Venezia. Di quelle creature appresi molte cose interessanti nei libri, ma anzitutto mi colpì moltissimo che animali così piccoli fossero chiamati anche col nome reboante di gorgoglioni. Lessi anche che venivano chiamati le vacche delle formiche, perché queste usano pascersi delle loro deiezioni zuccherine, e le stimolano con colpetti delle loro antenne, quasi mungendoli. Vigilano anche su questi loro armenti, perché gli afidi, attaccati col loro rostro alle piante da cui succhiano la linfa, sono totalmente indifesi, e di fronte ai loro predatori sono come le pecore davanti ai lupi. Imparai, leggendo degli afidi, che in natura spesso l’apparenza inganna, e che le coccinelle, che pur d’aspetto sono forse gli insetti più simpatici e attraenti, sono tigri fameliche e sterminatrici di gorgoglioni. E proprio considerando la sorte di costoro, che sono un popolo numerosissimo, prolifico e continuamente falcidiato, appresi che per la natura la vita del singolo non vale nulla. Ben prima di leggere Leopardi.
E oggi gli Italiani, chissà perché, mi appaiono come un popolo di gorgoglioni.









