In questa foto del 1951 sono in braccio a mio nonno paterno, Elpino. Il nome viene da un personaggio dell’Aminta di Tasso. Mia nonna Bianca era già morta, a quell’epoca, e io del nonno non ho alcun ricordo, perché morì pochi mesi dopo. Ebbe due figli e tre figlie: Cira, Elisa, Nino (mio padre), Norma e Tomaso (con una m sola). Erano stati agiati commercianti, i Brotto di Zero Branco, in provincia di Treviso, dove io nacqui e vissi per pochissimo tempo, prima che i miei genitori andassero a vivere a Venezia. All’inizio del Novecento avevano un emporio che vendeva di tutto, dal sapone ai fucili da caccia, come nel vecchio West. La crisi del Ventinove privò la famiglia della sua ricchezza. Non più servitori né cavalli, e mio nonno in età avanzata finì impiegato. Fascista della prima ora, fu anche podestà del paese. Nella foto si intravede la vecchia casa dei Brotto, costruita nel Settecento, in una stanza della quale sono venuto al mondo, trattovi di forza dal medico condotto, col forcipe di metallo. Qualche anno fa quella casa è stata rasa al suolo, insieme ai suoi soffitti ornati di stucchi, e al suo posto è sorta una costruzione in stile falso-veneto. Nel luogo dove sono nato ora c’è un bar.
familiaria
Mio nonno
Mio nonno materno era un pittore. Un pittore professionista, uno che viveva del frutto della sua arte. Non era un modernista, né un innovatore: era un attardato, un erede dei macchiaioli. Aveva una grande tecnica, dipingeva ritratti, paesaggi e nature morte. Era l’ultimo erede di una tradizione familiare antica. Dalla prima metà dell’Ottocento, il ramo della grande famiglia Ghedina da Cortina d’Ampezzo, da cui uscì mia madre, era stato fecondo di artisti: il mio trisavolo Giuseppe Ghedina, suo fratello Luigi, e il mio bisnonno Gaetano, e mio nonno Gino. Continua a leggere

