
Unrat, spazzatura, è il soprannome che generazioni di studenti hanno dato all’indimenticabile figura di insegnante protagonista dell’omonimo romanzo di Heinrich Mann (Professor Unrat oder Das Ende eines Tyrannen, 1905, trad. it. G. Schiavoni, Mondadori 1997). Si tratta a mio avviso di un romanzo fondamentale per chiunque voglia affrontare il tema del risentimento e dell’espulsione, come ho mostrato in Sei narrazioni nell’orizzonte dell’espulsione, ma qui voglio riportare un passo (p.10) nel quale appare un eterno problema della scuola: come un lavoro intenso e strutturato su un testo letterario possa disamorarne gli allievi, e come tale disamore possa poi propagarsi come fuoco sulla paglia. Qui il testo su cui la classe vien fatta lavorare non è I promessi sposi, ma un’opera di Schiller (di cui vedi la bella interpretazione di Ann Astell qui). Il risultato è il medesimo, a conferma del fatto che l’insegnante insegna anzitutto se stesso, e che se non ama gli allievi quelli non ameranno la disciplina, e che il metodo senza umanità producerebbe sì li suoi effetti,/che non sarebbero arti, ma ruine (Paradiso VIII, 107-108). Così i libri più alti diventano a loro volta, per gli allievi, spazzatura.
Della Pulzella di Orléans la classe si stava occupando fin da Pasqua, ossia da tre trimestri. I ripetenti avevano familiarità con essa addirittura da due anni. La si era letta di seguito a cominciare dal principio, e poi riletta a partire dal fondo. Se ne erano mandate a memoria delle scene intere. L’opera aveva dato luogo a esegesi storiche. Si erano fatte, in proposito, digressioni poetiche e grammaticali. Se ne erano messi in prosa i versi, e la prosa era stata quindi di nuovo rivolta in poesia. Tutti coloro che, alla prima lettura, avevano avvertito in quei versi un soave splendore l’avevano però visto offuscarsi ormai da tempo. Nella tiritera stonata che veniva quotidianamente ripetuta non si distingueva più alcuna melodia. Nessuno percepiva più la voce estremamente soave della fanciulla che brandisce spade misteriose e infallibili e la cui corazza non ricopre più alcun cuore, quella fanciulla provvista di ampie ali d’angelo, lucenti e crudeli. Tra questi giovani, qualcuno in seguito avrebbe potuto tremare dinanzi all’innocenza quasi sensuale della pastorella, amare in lei il trionfo della debolezza, addolorarsi per le sorti di quella divina fanciulla che, abbandonata dal Cielo, diviene una qualunque povera ragazzetta disperatamente innamorata; dovrà però passare molto tempo prima che chiunque di loro possa provare tali sentimenti. Occorreranno forse vent’anni perché Giovanna d’Arco possa rappresentare di nuovo per loro qualcosa di più di un ricordo libresco e polveroso.