Fu durante una breve permanenza a Parigi, nel 1979, che la natura di surrogato della psicoanalisi mi apparve in tutta chiarezza. I giovani intellettuali parigini con cui entrai in contatto ne erano tutti pervasi, era il loro linguaggio comune, essi parlavano lo psicanalese, vivevano come nel quadro di una religione, si sentivano depositari di una rivelazione. Ma il loro era il gergo di una scuola, la cui funzione è anzitutto quella di differenziare il gruppo di chi lo parla e intende dalla massa dei profani, secondo una logica di espulsione ed esclusione che è antica quanto il mondo. Essa dà una forma di sicurezza a coloro che se ne sentono partecipi. Penso che solo uno studio degli effetti placebo e nocebo sgombro da ogni pregiudizio potrebbe riportare l’efficacia clinica della psicoanalisi in quanto tale al suo grado di verità. Come tutti gli strumenti umani che sembrano creati per la liberazione, la psicoanalisi incessantemente si converte in dominio.

L’accostamento può apparire azzardato o, peggio, banale, ma la situazione descritta mi sembra sovrapponibile a quella che si registra oggi nelle scuole (private ed assai onerose) per la preparazione ai concorsi (pubblici) o alle prove d’ingresso alle facoltà universitarie a numero chiuso.
I meccanismi sono del tutto simili: creazione di un gergo in funzione di differenziazione dalla massa ignorante (e come tale destinata al fallimento, id est alla bocciatura), impegno spasmodico dei docenti-guru ad instillare nei discenti (paganti) l’idea di essere depositari della rivelazione e, correlativamente, progressivo insorgere nei discenti di un senso di dipendenza dal gruppo e dal verbo del docente-guru.
C.
Bel post, indicativo direi!
Su Vongole & Merluzzi ci ci chiede invece se il “mito della psicoanalisi” può condurre all’individualismo!
Spero avrai modo e voglia di ricambiare la visita ;)
http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/05/21/psicofornication/