Cacce sottili 4

Vi sono due specie fondamentali di bei ricordi: quelli che puoi condividere con altri, per cui soffri una tremenda pena quando le persone con cui potevi evocarli in comunione spariscono, per una causa o per l’altra, definitivamente dal tuo orizzonte; e quelli che sono solo tuoi. In verità, sono questi i ricordi che si ammantano di uno splendore più intenso. In Cacce sottili ritrovo questo, riconosco ciò che ho conosciuto, in varianti che non contraddicono l’omogeneità dell’esperienza. I ricordi più luminosi di momenti di suprema intensità sono collegati alla sfera dell’ estetica naturale, della percezione della vita nella sua totalità in un singolo particolare momento, in cui si è attuato un contatto con entità determinate in una determinata scena. Come dire: una rivelazione dell’essere oltre i rapporti umani, anche se non separato da essi, perché disponibile ad essere accolto nella sfera del linguaggio. Rimane nella mente come visioni. Nel mio caso, ad esempio, la prima visione dei funghi come macchie d’oro sul muschio (erano finferli); di una salamandra gialla e nera in quella stessa scena; delle grosse trote fario che nuotano nel Brenta; dei frosoni multicolori illuminati dai raggi del sole sui rami di un ciliegio; di una schiera di rosse myrmica ruginodis schierate militarmente di fronte a nere ordinate schiere di formica fusca; di una donnola che si alza dall’erba e mi fissa, e così via. L’occhio del cacciatore è l’occhio di chi scruta l’ambiente naturale con una intensità superiore, che genera continuamente scene. Ancor più se è un cacciatore sottile.

Il mondo delle manie, dei divini invasamenti, è variegato. Ci si può appassionare delle realtà più diverse.

Allo stesso modo in cui si incontrano appassionati cultori di quadri con piante e animali e come da sempre esistono maniaci delle colombe, delle rose e dei tulipani, così sono sempre esistiti, e si trovano tuttora, fanatici delle lucertole, come Lenz, Rollinat e Madame Physalis. Queste passioni non dipendono dal rango delle creature, ma dalla scelta del loro cultore e dal luogo in cui questi si trova. E appunto di qui che egli può scorgere, nel mare dei fenomeni, il brillare di un’onda su cui la luce si infrange, ed è questa la finestrella attraverso cui può gettare uno sguardo sulla magnificenza dell’universo. (62)

L’intensità del piacere (ma preferirei chiamarlo gioia) che ci è dato da queste esperienze estetico-naturali è infinitamente superiore a quello dell’eros volgare. Si tratta in verità di un eros più alto.

Sono così rispettati i due presupposti del piacere terreno: godere cioè di una varietà che si manifesta entro limiti precisi. (73)

Ma il vulgus (nel senso oraziano) non potrà mai comprendere la gioia di chi come Jünger esulta nella scoperta di un cetonide sopra una rosa. L’attività dell’entomofilo è quasi sinonimo di una occupazione vana e improduttiva.

Ecco che cosa si nasconde dietro quella che sembra solo un’occupazione astrusa. Il segreto sta nello sguardo particolare e non nell’oggetto dell’attenzione, che è piuttosto soltanto il pretesto per una forma di vita antichissima: quella dei predatori. In certi momenti si può riconoscere in essa un modello di esperienza del mondo. E non certo quello copernicano: il mondo è una sfera e l’occhio è il suo centro. (77)

Nel Mezzogiorno di Francia vidi una cetonide dentro a una rosa: in quella zona si trovano già dei begli esemplari di quell’animale. Pregai il proprietario del giardino, che, in maniche corte, stava potando i cespugli, il permesso di prenderla dal fiore – quello mi guardò sbalordito. Poi mi sorrise e mi disse: « Si cela peut faire votre bonheur ».
Già, che cos’è che fa la nostra gioia in queste scene di caccia? Certe volte incominciavo a lamentarmi: perché mai acquistare migliaia di ideogrammi e innumerevoli rune, di cui neppure un Argo è tanto ricco? Si tratta forse di una forma di piacere che solo un vecchio cinese alla fine è in grado di apprezzare. Non è per la bellezza, perché molti di questi animali non hanno un bell’aspetto; non è nemmeno per l’utilità, di cui spesso il sapere va in cerca, perché si raccolgono tanto le specie dannose quanto quelle utili; ed infine non è per la gioia di vedere e conoscere ciò che-gli altri a malapena conoscono e sanno guardare.
Si dimentica tutto questo negli istanti in cui risplende l’armonia. Dietro alla molteplicità, di qualsiasi specie essa sia, si nasconde un mistero. Allo stesso modo, il testo di un grande autore è costituito di lettere, segni, frasi, paragrafi, e qualcuno lo legge senza coglierne la composizione. Ma la stessa composizione fa segno verso qualcosa di completamente diverso. Quando il lettore lo ha compreso, interrompe la lettura per abbandonarsi alla gioia di un’intesa muta. Abbiamo imparato a leggere e a scrivere, abbiamo studiato certe discipline che servono per comprendere i pensieri e le idee – tutto questo sarà dimenticato, ed è giusto dimenticarlo, come non si vedono più le immagini stampate sul sipario quando le cose incominciano a rispondere a ciò che non ha nome.
In un’ora della notte, circondato da « carte annerite dal fumo », sprofondarsi in un frammento di materia formata: è come bussare ad una porta. Ma è anche un modo per dimenticare il tempo, non solo il nostro tempo, ma il tempo in quanto tale, con tutto ciò che di sgradevole esso contiene.
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