Ornitopee

di Eros Barone 

Le ornitopee di Fabio Brotto, così piene di grazia, precisione e fantasia da ricordare, ad un tempo, la levità paesistica di certa pittura veneta e la minuzia descrittiva di certa pittura fiamminga, risvegliano in me il ricordo, non meno grato che pungente, delle visioni e delle esperienze che ebbi da fanciullo, partecipando, in qualità di sèdulo gregario, alle battute di caccia di mio fratello e di mio zio nella campagna umbro-toscana che cinge il lago Trasimeno con le sue dolci colline e i suoi boschi ombrosi.
Traggo, perciò, dalla bella autobiografia di Rita Levi Montalcini, intitolata Elogio dell’imperfezione, per dedicarla all’amico Fabio, una singolare ornitopea, il cui protagonista è… un vampiro, e invoco la benedizione filosofica del Metrodoro di Hegel, Karl Rosenkranz, autore di una Estetica del brutto, sulla testimonianza di amore per il vivente non umano, per la conoscenza e per la saggezza, che traluce dalla pagina che riporto di séguito.

“Nei suoi frequenti viaggi nel Nord [del Cile], Nando [un neurofisiologo dell’Università Cattolica di Santiago, collega e amico della scienziata torinese] perlustrava le zone deserte disseminate di grotte naturali, e vi si addentrava, attratto dalla presenza dei vampiri che vi vivevano a migliaia, aggrappati alle pareti. Erano trascorsi pochi anni dalla feroce campagna antisemita in cui il termine “ebreo” era diventato sinonimo di “vampiro”, mi era perciò difficile pensare a questi piccoli mammiferi volanti con simpatia. Inoltre il loro aspetto, ancora più ripugnante dei pipistrelli delle nostre grotte, ne aveva fatto nel Medioevo oggetto di sinistre leggende e, in tempi più recenti, i protagonisti di molti film dell’orrore. I vampiri, come è noto, godono della proprietà, rara tra i mammiferi, di volare grazie alla trasformazione delle componenti degli arti inferiori, l’omero, il radio e le quattro dita, in ali o meglio in membrane tese tra le ossa sottilissime, che funzionano come le stecche di un ombrello. Rimane libero soltanto il pollice, che si è trasformato in artiglio, con il quale i vampiri, come i pipistrelli e gli altri esemplari di chirotteri, si attaccano alle pareti delle grotte o  nel caso dei vampiri  alla pelle delle loro vittime. L’antipatia che destano è dovuta alla loro impressionante bruttezza, accentuata dalle escrescenze all’estremità del muso e dagli incisivi molto lunghi, provvisti di bordi affilati con i quali incidono la pelle delle vittime per succhiarne il sangue. Ma Nando, che amava perlustrare le grotte, li conosceva bene e aveva sviluppato una forte simpatia e una sorta di solidarietà con loro, anche come protesta contro la sinistra reputazione di cui godono. Una notte, stanco delle peregrinazioni, si era addormentato in una grotta. Al risveglio si era accorto che un vampiro, attratto dal caldo che emanava il suo corpo, si era rannicchiato nel cavo della sua ascella, e da questo rifugio lo guardava con occhi intelligenti e fiduciosi, come un bimbo che contempla la madre dormiente. Da allora la sua amicizia per i vampiri fu tale che non poté più usarli come oggetto di esperimento.”

Rita Levi Montalcini, Elogio dell’impefezione, Garzanti, Milano 1987, pp. 183-184.

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