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«Il sacrificio è la forma più antica della pratica religiosa» . Da questo fatto si è cercato di dedurre l’esistenza di una sorta di «monoteismo primordiale», una rivelazione originaria dell’idea di Dio. Ma nella ripartizione «prometeica» e nel fascino orrendo per il sangue versato si manifesta qualcosa di meno edificante. Sarebbe forse consigliabile rinunciare del tutto a qualsiasi tentativo di spiegazione, dal momento che siamo chiaramente ricondotti in pieno Paleolitico. Non potremo mai disporre di testimonianze dirette sulle credenze religiose di questa epoca. E anche se le avessimo, allo stesso modo in cui gli etnologi moderni poterono interrogare sulle loro ragioni cacciatori che vivevano in condizioni simili, resterebbe pur sempre la questione della possibilità per l’uomo primitivo di fornire sui suoi riti informazioni più illuminanti di quelle dei Greci, dei quali tanto spesso si dice che avrebbero frainteso i propri culti. Non dobbiamo però sopravvalutare il significato di «credenze» e spiegazioni in ambito religioso. Fino agli inizi del cristianesimo, e ben oltre questo, la giustificazione della religione stava nella tradizione: i riti vengono celebrati «secondo il costume dei padri», katà ta pàtria; è proprio questa la ragione per cui vi furono apparentemente così pochi cambiamenti nel rito dall’età paleolitica ai Greci, per decine di migliaia di anni. L’essenziale non può essere stato quello che un ipotetico «fondatore» sentiva o credeva, per esperienze private o di gruppo, ma piuttosto l’effetto del rito sulla società, coerentemente con la struttura dell’animo umano. Invece di domandare quale caso possa aver prodotto una particolare forma di religione, dovremmo chiederci perché questa ebbe successo e fu conservata. La risposta va cercata nella sua funzione all’interno della società umana. Possiamo sempre parlare di «idee» contenute nei riti, ma dobbiamo rinunciare al pregiudizio razionalistico secondo cui vi sarebbe stato in primo luogo un concetto o credenza, che con un passo ulteriore avrebbe portato ad un’azione. Il comportamento è primario, ma la forma che esso assume è in relazione con situazioni umane tipiche, e in quanto tale comprensibile; in questo modo i riti hanno senso. In certa misura anche la biologia può contribuire alla comprensione: anche gli animali hanno i loro riti che regolano la conoscenza e la cooperazione reciproche. Il contrasto fra uomo e animale risulterà immediatamente evidente.
Gli animali da preda non mostrano alcun segno di sentimenti ambivalenti quando mangiano la loro preda. Il gatto non conosce esitazione né rimorso quando uccide il topo. Tuttavia anche tra gli animali si danno conflitti psichici in relazione ad animali della stessa specie. Entrano qui in azione gli impulsi di «aggressione intraspecifica», la pulsione alla lotta. Konrad Lorenz ha brillantemente indicato il significato sociale di questo istinto. La pulsione alla lotta è comunque inibita e regolata da impulsi contrari, la paura innanzi tutto, ma spesso anche da una specifica inibizione ad uccidere, particolarmente importante negli animali pericolosi. L’uomo non è, per le sue doti fisiche, un animale da preda, e non è nemmeno particolarmente pericoloso; gli altri primati sono creature relativamente innocue. Da tempi antichissimi, tuttavia, l’uomo si è evoluto fino a divenire un cacciatore, e un cacciatore di caccia grossa. Ciò presuppone l’uso di strumenti, di armi, e collaborazione sociale. Si può dunque affermare che al centro della prima società umana, della prima associazione di uomini, c’è l’uccisione compiuta insieme, l’uccisione della preda di caccia. Allo stesso tempo dovette presentarsi il problema fondamentale della civiltà umana: nessun istinto prescrive all’uomo cosa egli debba fare con le sue armi. Invece di un orso o di un bisonte egli può uccidere un uomo – è addirittura più facile. Non c’è da meravigliarsi se il cannibalismo sembra fare la sua comparsa negli strati più antichi della civiltà umana. Da sempre l’uomo ha continuato ad uccidere l’uomo in misura mai eguagliata da un animale da preda. Nella Bibbia, all’inizio della cultura umana sta il racconto del sacrificio, legato al fratricidio ai danni di Abele. L’uomo discende da Caino. Sigmund Freud si spinse ancora più avanti: la sua tesi era che la società umana si costituì in quanto i fratelli uccisero e mangiarono il padre: da allora essi sono costretti a ripetere sempre di nuovo questo delitto originario nell’uccisione sacrificale. La mia opinione è che Freud abbia descritto in maniera fondamentalmente corretta gli impulsi psichici che sono alla base del sacrificio, anche se ha torto quando suppone che questo delitto debba essersi storicamente verificato. Di norma l’uomo si è nutrito di animali: ma è vero che il cacciatore è sempre anche un guerriero guidato da impulsi di aggressione. Dietro ogni sacrificio sta – come possibilità, come terribile minaccia – il sacrificio umano. Per questa ragione il rito del sacrificio ha la sua forma complicata e la sua «commedia dell’innocenza».
Walter Burkert, Origini selvagge, trad. M.R. Falivene, Laterza 1998
non sapevo di questa “specifica inibizione ad uccidere”, particolarmente importante negli animali pericolosi…si può approfondire con qualche esempio per favore?
L’inibizione ad uccidere è rivolta ai cospecifici. In genere le contese per la supremazia si svolgono secondo schemi che evitano l’uccisione del perdente. Il quale fa atto di sottomissione ed evita di esser ucciso. Ma questa non è una regola assoluta, perché ad esempio i leoni maschi uccidono spesso altri leoni e leoncini. E d’altro canto anche animali apparentemente inoffensivi come le lepri (maschio) nelle loro contese amorose cercano di castrare l’avversario con gli incisivi, e talora ne consegue la morte del castrato…
succede anche tra i bisonti questa lotta all’ultimo sangue…?
ho visto un giorno un documentario sulla lotta tra un esemplare giovane e un’adulto per una femmina ma non ricordo come sia finita.
Normalmente tra i bovidi le lotte mirano all’allontanamento dell’avversario, e la morte è accidentale.