![]()
« La cosa migliore » dirà qualche lettore « è astenersi da quello che non si può conoscere ». Ma è possibile? Nella sua bellissima poesia Il saggio antico (The Ancient Sage), Tennyson diceva: « Non puoi provare l’ineffabile (The Nameless), figlio mio! Né puoi provare l’esistenza del mondo in cui ti muovi; non puoi provare che sei solo corpo, né puoi provare che sei solo spirito, né che sei l’uno e l’altro in uno; non puoi provare che sei immortale e neppure che sei mortale; no, figlio mio, non puoi provare che io, che ti parlo, non sia tu che parli a te stesso, giacché nulla che sia degno d’esser provato può essere provato o confutato, e dunque sii prudente, afferrati sempre alla parte più soleggiata del dubbio e aggrappati alla Fede oltre le forme della Fede! ». Sì, forse, come dice il saggio, niente che sia degno di esser provato può essere provato o confutato,
for nothing worthy proving can be proven,
nor yet disproven;
ma siamo in grado di controllare l’istinto che induce l’uomo a voler conoscere quello che porta a vivere, a vivere sempre? A vivere sempre, non a conoscere sempre come lo gnostico alessandrino. Perché vivere è una cosa e conoscere è un’altra e, come vedremo, esiste tra di esse un’opposizione tale da poter affermare che tutto ciò che è vitale è antirazionale, non solo irrazionale, e tutto ciò che è razionale è antivitale. E questa è la base del sentimento tragico della vita.
Quello che vi è di negativo nel Discours de la Méthode di Cartesio non è il dubbio metodico; non è il fatto che iniziasse volendo dubitare di tutto, la qual cosa non è altro che un mero artificio; è il fatto che volle iniziare prescindendo da se stesso, da Cartesio, dall’uomo reale, di carne e ossa, da colui che non vuole morire, per essere un mero pensatore, ossia un’astrazione. E però l’uomo reale riemerse e si insinuò nella sua filosofia.
« Le bon sens est la chose du monde la mieux partagée ». Così comincia il Discours de la Méthode e quel buon senso lo salvò. (p. 39)