Is Nature Enough? 6

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Per essere una fonte di senso un valore deve funzionare come qualcosa di più di un’arbitraria invenzione umana. Se io pensassi alla verità come ad un mero prodotto della creatività umana, allora nulla potrebbe impedirmi di decidere che la mia vita e le mie azioni siano guidate piuttosto dall’inganno che dalla veridicità. Naturalmente il naturalista istintivamente rifiuterà un proposito del genere. Ma perché? Che cosa c’è nella visione del mondo di un naturalista che rende la veridicità un valore incondizionato, il bene assoluto che ognuno deve venerare? Se si assumesse seriamente che tutti gli ideali che conferiscono un fine alla vita sono contingenti produzioni del cervello umano o convenzione culturale, sembrerebbe incoerente per i naturalisti dirmi in effetti che io devo trattare i valori della verità e della veridicità come se questi non fossero delle mere invenzioni.

E in effetti i naturalisti non sono coerenti. Solitamente nella loro filosofia della natura essi negano quello che implicitamente affermano nei loro comportamenti etici e intellettuali effettivi. Per esempio, i naturalisti evoluzionisti chiaramente trattano la verità come un valore che giudica il loro stesso lavoro, e perciò come qualcosa che non hanno inventato loro. Alcuni di loro dedicano addirittura l’intera esistenza al suo perseguimento. Essa è ciò che li fa alzare ogni mattina. In realtà servono una causa che essi tacitamente sanno che durerà più a lungo di loro. Il loro senso implicito della permanenza della verità è ciò che dà continuità ai loro sforzi e soddisfazione al loro lavoro. Come il resto di noi essi sono presi dalla verità e le hanno sottomesso le loro menti. Allo stesso tempo, tuttavia, alcuni loro scritti descrivono la verità e altri valori come pure creazioni delle menti umane e, in ultima istanza, dei geni. Essi generalmente non riescono a vedere la contraddizione logica tra la loro obbedienza quasi religiosa alla veridicità da un lato e la loro contemporanea svalutazione evoluzionistica della stessa dall’altro. (pp. 103 – 104)

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