
La miseria umana contiene (rispetto a noi) il segreto della Saggezza divina, e non il piacere. Ogni ricerca di un piacere è ricerca di un paradiso artificiale, di uno stato più intenso (superiore in quanto più intenso), di un’ebbrezza, di un accrescimento. Ma essa non ci dà niente, se non l’esperienza della sua vanità. Soltanto la contemplazione dei nostri limiti e della nostra miseria ci pone al livello superiore. (II, 161)
La miseria non è nullità, se non entro un linguaggio che oltrepassa i limiti della ragione. Per essere miseri occorre non essere nulla, ma essere invece qualcosa. Che cosa siamo deve essere detto da un sapere che abbia come oggetto l’umano. Da un’antropologia, un logos sull’uomo. Secondo la Bibbia gli uomini sono creature, ovvero esseri limitati nello spazio e nel tempo ma costituiti ad immagine del Creatore, ovvero liberi.
La tecnoscienza contemporanea può dell’uomo fornire solo aspetti particolari, l’evoluzionismo biologico può fornire una spiegazione di alcuni livelli della realtà, ma l’idea complessiva dell’umano che offre il pensiero scientistico contemporaneo è invece fondata su assunti fideistici, su un credo aprioristico: quello che esista solo il mondo materiale (materialismo) governato da leggi e principi come quello dell’adattività, che negano la possibilità di fondare teoricamente ciò che per noi è essenziale in quanto umani: la libertà e la coscienza e la ragione critica.
Ma quella dell’intensificazione è una esperienza da sempre ricercata anche a livello religioso, nei rituali, e anche nelle pratiche ascetiche. Occorre qui introdurre precisi elementi di distinzione. Nella Bibbia l’opposizione a Dio non è costituita dall’ateismo, ma dall’idolatria, cioè da un modo di rapportarsi al mondo essenzialmente religioso. Resta da vedere se sia possibile pensare ad un ateismo che prescinda totalmente da Dio o da suoi surrogati.