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La parte finale del libro di Pollan è tutta dedicata alla caccia, alla raccolta, e alla preparazione di un pranzo “autarchico”. Una sorta di ritorno a prima dell’agricoltura. Si tratta di un interessante esperimento, cui Pollan si sottopone con grande impegno, prendendo la licenza di caccia in California, e seguendo le istruzioni di un suo mentore (un italiano immigrato) con grande determinazione.
Deve ammazzare un porco selvatico, e la cosa si dimostra per lui molto meno facile del previsto, non solo perché gli animali bisogna trovarli in un territorio ampio e accidentato, ma anche perché per sparare e uccidere bisogna superare tutta una serie di condizionamenti posti dall’attuale struttura ideologico-psicologica degli strati sociali cui Pollan appartiene e in cui è radicato: il ceto intellettuale dell’Occidente è generalmente avverso all’uccisione degli animali, e alla caccia in modo particolare. Pollan supera bene la sua prova, e nel farlo mette a nudo tutta l’insensatezza dell’animalismo contemporaneo, a cominciare dal suo paradosso di fondo, per cui i suoi paladini “ci chiedono prima di riconoscere ciò che abbiamo in comune con le altre creature, e poi di agire in modo quanto meno animale possibile” (p.338 ) (fine)