Corruzione

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Stupisce sempre nuovamente lo stupore che si rinnova per la corruzione diffusa capillarmente e ovunque in Italia. Da noi non esiste una vera società civile. Come scriveva Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1824):

Il vincolo e il freno delle leggi e della forza pubblica, che sembra ora essere l’unico che rimanga alla società, è cosa da gran tempo riconosciuta per insufficientissima a ritenere dal male e molto più a stimolare al bene. Tutti sanno con Orazio, che le leggi senza i costumi non bastano, e da altra parte che i costumi dipendono e sono determinati e fondati principalmente e garantiti dalle opinioni. In questa universale dissoluzione dei principii sociali, in questo caos che veramente spaventa il cuor di un filosofo, e lo pone in gran forse circa il futuro destino delle società civili e in grande incertezza del come elle possano durare a sussistere in avvenire, le altre nazioni civili, cioè principalmente la Francia, l’Inghilterra e la Germania, hanno un principio conservatore della morale e quindi della società, che benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principii morali e d’illusione che si sono perduti, pure è d’un grandissimo effetto. Questo principio è la società stessa.

In effetti, quella che da noi manca radicalmente come idea condivisa è l’idea di società. La società in sé, societas, lo stare insieme per interesse collettivo, da noi non esiste. Esiste, meglio, come epifenomeno, non come sostanza né come idea. Sia a livello locale che nazionale. Siamo una nazione composta da molte “società”, quasi tutte prive di un connettivo che non sia l’utilità immediata del singolo o della famiglia. Sono tramontate o stanno tramontando quelle societates, come sindacati e partiti, in cui l’idea di un bene collettivo trascendeva, nella coscienza di chi vi faceva parte, la propria individualità, che tuttavia proprio per questo vi trovava un senso. Sono state forme di aggregazione non corrispondenti, in realtà, al vero ethos del volgo italiano. Questa deriva utilitaristico-individualistica era già evidente nei primi anni Settanta, quando il clima affaristico che regnava nel Partito Socialista veneziano di De Michelis mi allontanò dopo un breve tentativo di militanza. Ora la cosa sta davanti agli occhi di tutti. Giudici politicizzati, giustizialismo, inchieste fatte coi piedi, lentezza dei processi, linciaggio sulla stampa sono fenomeni deprecabili. Ma come nell’Università il bubbone sta nel sistema dei concorsi truccati e nel nepotismo assoluto, e non nelle riforme e riformicchie, così nella nostra società il problema non è nel moralismo dei pochi ma nella totale, assoluta e orgogliosa amoralità dei più. Ma giustamente l’italiano tipo, e il giornalista e il politico che lo rappresentano, invertono i termini della questione. Il nemico per loro è il moralismo e il conseguente giustizialismo. Come maiali cui è cara, anzi vitale, la melma in cui amano crogiolarsi.

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