Il dilemma dell’onnivoro 5

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La chimica applicata all’agricoltura pensa il suolo produttivo in termini di NPK, ovvero azoto, fosforo e potassio. Ma il terreno e l’humus sono realtà estremamente complesse, nelle quali moltissimi fattori (piante, animali, anellidi, insetti, batteri e funghi) interagiscono tra loro. Quello che è avvenuto nelle praterie americane trasformate in distese di mais è tremendo: in un secolo lo strato di humus si è dimezzato, è stato sostanzialmente distrutto.

Ridurre una così intricata realtà biologica al sistema NPK é un atto che mostra la peggiore faccia riduzionista della scienza. Il complesso si riduce alle sue componenti elementari, la biologia lascia il posto alla chimica. Come è stato osservato da Howard e da altri prima di lui, questo metodo funziona solo con una o due variabili. Però una volta che la scienza ha ridotto un fenomeno complesso a un paio di variabili, per quanto importanti siano, scatta una tendenza naturale a trascurare il resto, a dare per scontato che tutto (o almeno tutto ciò che conta davvero) sia quantificabile. Quando scambiamo ciò che siamo in grado di conoscere per tutto quello che c’è da conoscere abbandoniamo la salutare presa di coscienza della nostra ignoranza (ad esempio di fronte al mistero della fertilità del suolo) e pensiamo con arroganza di poter trattare la natura come se fosse una macchina. Fatto questo salto concettuale, una deduzione segue l’altra: quando ci accorgiamo che l’azoto sintetìco da noi fornito alle piante le rende più vulnerabili a insetti e malattie, pensiamo dì riparare la « macchina » rivolgendoci ai pesticidi chimici. (p. 163)

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