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Il dilemma dell’onnivoro si pone per quelle creature che, come il ratto e l’umano, possono nutrirsi di una enorme varietà di cibi. Quando si trova di fronte a qualcosa che appare commestibile ma è insolito o sconosciuto, il ratto ha un’unica possibilità di ridurre i rischi di avvelenamento: mangiarne una quantità minima e aspettare. Il ratto farà sempre così. L’umano, essendo un essere culturale e dotato di ragione, si comporterà in modo diverso e imprevedibile, a seconda della rappresentazione della cosa da parte del singolo o del gruppo. Le tradizioni culturali dei vari popoli hanno nel corso dei millenni fissato il che cosa si deve e si può mangiare, ma nella attuale fase storica, in cui l’offerta alimentare è in alcuni luoghi del pianeta sovrabbondante, il singolo viene spesso a trovarsi in una situazione dilemmatica: questo cibo mi farà bene o mi farà male?
Per noi occidentali questo dilemma è acuito dal processo di industrializzazione subito dalla produzione del cibo. E si concretizza nello scontro mostruoso (nel senso proprio di creazione di mostri) tra natura e cultura che è reso manifesto dall’agricoltura e dall’allevamento industriali. La pannocchia di mais selezionato per raggiungere dimensioni enormi e vivere in un file fittissime non è meno mostruosa della vacca che produce ogni giorno smisurate quantità di latte e non potrebbe vivere all’aperto, o dei vitelli fatti crescere con granturco e grasso animale.
La vita breve e infelice di un manzo ingrassato a furia di mais in un allevamento intensivo rappresenta il trionfo supremo della logica industriale rispetto a quella evolutiva (p. 81)