Sulle scogliere di marmo

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La felicità perduta è un tema assolutamente originario. Declinato in mille modi consimili dall’alba dell’arte consapevole, questo tema del “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria” riappare continuamente nel corso dei secoli in tutte le culture, il più delle volte connesso con una melanconica contemplazione della caducità.

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Leggendo l’aurea prosa di Ernst Jünger, che racchiude in sé e intreccia molto della tradizione del grande stile tedesco, nell’incipit del romanzo Sulle scogliere di marmo (Auf den Marmorklippen, 1939, trad. it. A. Pellegrini, Ugo Guanda Editore, Parma 2002), troviamo quasi un mosaico di parole già dette, di frasi già risuonate, e che torneranno infinitamente anche nei tempi a venire.

Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrevocabilmente tra­scorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi. Le immagini risorgono, più an­cora allettanti nell’alone del ricordo, e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella pro­fonda terra e che simile a un miraggio riappare, circonfusa di spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento. Sempre di nuovo ritroviamo negli affannosi so­gni il passato, in ogni suo aspetto, e come ciechi brancolia­mo verso di esso. La coppa della vita e dell’amore ci sem­bra non esser stata colma sino all’orlo, per noi, e nessun rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avu­to. Oh, fosse questa tristezza almeno d’insegnamento per ogni nuovo attimo di felicità!

Il ricordo di quegli anni di luce solare e di calmo splen­dore della luna ne diviene più dolce ancora, se l’orrore li terminò d’improvviso. E ora comprendiamo come già un felice caso per noi uomini sia il proseguire la vita nelle no­stre piccole comunità, in una casa ove la pace regni, fra buoni conversari, accolti da un saluto affettuoso a mattina e a sera. Ahi, troppo tardi riconosciamo che la fortuna ci era in tal modo prodiga di doni. (p. 5)

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