Leggo in Revelation, the Religions, and Violence di Leo D. Lefebure (Orbis Books, New York, 2000) e qui traduco:
L’ironia può essere il primo volto della rivelazione e della grazia. L’ironia mina la nostra certezza, ci aiuta a vedere quanto noi stessi possiamo essere oggetto di riso. L’ironia ci rammenta la relatività di tutte le nostre affermazioni, di tutte le nostre pretese, di tutti i nostri conseguimenti. L’ironia ci ricorda la menzogna presente in ogni verità. L’ironia mina la determinazione del nostro fanatismo e ci permette di ridere di noi stessi. L’ironia ci libera dal nostro grandioso ruolo di dèi e ci consente di essere invece delle semplici creature.

Ma l’ironia da sola non ci può salvare, perché porta con sé i suoi rischi. L’ironia può esprimere una conversione falsa: dal fanatismo al cinismo. In un altro senso ironia è dire una cosa e intenderne un’altra. Quest’ironia è un modo di tenersi al sicuro, tenendo a distanza le pretese degli altri. Uno stato d’animo ironico ci porta a farci beffe di ogni certezza e a fuggire nell’irresponsabilità. Possiamo erodere le prospettive degli altri e congratularci con noi stessi per la nostra sottigliezza. Possiamo iniziare un interminabile gioco a nascondino, non dicendo quello che intendiamo e non intendendo quello che diciamo. Secondo ironia, svolgiamo ruoli in cui non crediamo, che non abbracciamo fino in fondo. La cultura occidentale post-moderna è dominata dall’ironia, ed è una cultura scettica nei confronti di qualsiasi ideale, circospetta davanti a qualsiasi pretesa religiosa suprema, insicura del proprio stesso fondamento. Esiste una via al di là del fanatismo e dell’ironia, una via che superi il ciclo incessante dell’intolleranza e del cinismo, oltre la tragedia della storia? Il racconto della rivelazione avuta da Paolo suggerisce che la via è quell’amore che sceglie di essere presente anche a costo della sofferenza, un amore che non si fa deviare dalle minacce, un amore che nulla al mondo può dissuadere, che nessuna minaccia assassina può dissuadere. Gesù, risorto e asceso, sceglie di soffrire nelle vite dei suoi seguaci. Il potere più grande del fanatismo e del cinismo è quello dell’amore redentivo e sofferente di Dio. La rivelazione di Gesù Cristo a Saul è l’iniziazione di Saul a questo mistero. (pag. 78)