Strindberg: una vita

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 Uscito nel 1984, il libro di Per Olov Enquist è stato pubblicato da Iperborea nel 1988 nella traduzione di di A. Mazza, riveduta da C. Giorgetti Cima. Leggo la seconda edizione, del 2012. In realtà non è una biografia. Si potrebbe non conoscere nulla del grande drammaturgo svedese, e leggere il libro di Enquist come un puro romanzo. Si tratta infatti di una narrazione, che va ben oltre la ricerca documentaria. La scrittura è secca, essenziale, per quadri e inquadrature, una scrittura filmica. E infatti il lettore quasi vede. Vede un uomo in lotta con se stesso, misogino e affascinato dalle donne, che ne sposa tre e ha figli da loro, assetato di paternità e incapace di gestirla, pensatore scientifico radicale e paradossalmente assetato di trascendenza. Un groviglio di contraddizioni da cui esce una delle voci più alte del teatro degli ultimi due secoli. Tra tutti i temi che si incrociano nel libro, particolare rilievo assume man mano quello dell’autonomia femminile, della emancipazione della donna dalla sua condizione subordinata. In definitiva, è la questione della libertà e della sua natura – che tocca anche le sue donne – quella contro la quale lo Strinberg di Enquist si scontra, finendone lacerato.