Desiderio, nulla

Il desiderio crea il suo oggetto, da un lato, e dall’altro ha una dimensione ineludibilmente sociale. Infatti la bellezza che Narciso scopre nella propria immagine, per essere riconosciuta come tale, richiede un canone. La bellezza non è immediata. Il desiderio di Narciso è anzitutto in potenza. Dovrebbe passare in atto nel momento in cui egli scorgesse un essere desiderabile. Ma la desiderabilità dell’altro da sé non è un prodotto totalmente autonomo del sé. Narciso attribuisce esistenza e alterità a quello che vede riflesso nelle acque. Il suo dunque è un errore di interpretazione, vede l’altro dove c’è l’identico.
Don Giovanni è solo in parte Narciso. Narciso seduce inconsapevolmente e incolpevolmente Eco, mentre l’amore di sé in Don Giovanni coesiste col più alto grado di consapevolezza. Infatti egli non è amante, ma seduttore. La figura che dovrebbe essere evocata come espressione dell’impossibile fusione dei due in uno è quella di Tristano.
L’avaro che nasconde il suo tesoro per possederlo pienamente è paradossale, nel senso che il possesso e il desiderio sono alternativi. Non si può desiderare ciò che si possiede: su questa massima si è costruita la visione occidentale dell’amore. Perciò, se amore e desiderio sono la stessa cosa, è sensato che l’amante allontani da sé l’amato, qualunque cosa questo sia, al fine di poter perpetuare il desiderio. Proiettare l’amato nella non esistenza potrebbe rappresentare il massimo di esasperazione del desiderio stesso e il compimento della logica del desiderio-amore.

Ancora sul desiderio

Il desiderio è per se fuori dell’ordinamento naturale. Infatti, è evidente da sempre alla filosofia, e alla saggezza in generale, che nessun oggetto mondano è atto a saziare la brama del desiderante: conseguito l’oggetto dei sogni, il desiderante non ne ricava la felicità sperata, e passa ad un altro oggetto, cui attribuisce una superiore capacità di dargli quella stessa felicità che va cercando. E tuttavia se in luogo del “mondo manifestato” poniamo il “mondo rappresentato” noi ci avviciniamo ad una soluzione (concettuale) del problema del desiderio. La sua infinitudine è infatti nient’altro che un’espressione della in-finitudine dei segni, la cui sfera è estensibile all’infinito per la natura stessa del segno umano, per la sua trascendenza rispetto al mondo-mondano e oggettuale, ove gli oggetti disponibili sono sempre limitati in numero e grandezza. Questo fa sì che sul piano pratico non si avrà mai una soluzione della questione del limite che gli umani dovrebbero porre al desiderio (e al bisogno), come il paradosso di Diogene che spezza anche la sua coppa di coccio, perché per bere basta il cavo della mano, dimostra perfettamente. Inevitabilmente, ciascuno negozierà con le condizioni del proprio tempo, e con se stesso, i termini del suo desiderio e dei suoi confini.

Congedi

Ha come sottotitolo La crisi dei valori nella modernità questo tascabilissimo volumetto di Alberto Castoldi Congedi (Bruno Mondadori 2010). Costruito citazione dopo citazione, come tutte le opere del genere, sviluppa un ragionamento non particolarmente originale, ma potrei consigliarlo ad uno studente universitario come introduzione a relativismo e nichilismo. Continua a leggere